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Politica, rigenerazione e territorio

Politica, rigenerazione e territorio

La principale missione di AUDIS nei prossimi mesi sarà quella di ridefinire il concetto di rigenerazione urbana per come lo intendiamo noi.

Nella mia relazione all’assemblea annuale a Venezia l’ho chiamato un nuovo Manifesto.

Il nostro ex presidente Roberto D’Agostino, nella bella lettera che ci ha inviato a seguito della sua partecipazione all’assemblea di Venezia, ce lo ha ricordato in modo plastico raccontando sommariamente la parabola di trasformazione del contesto in cui si discute e si prova ad intervenire nelle città nell’arco di tutti questi anni e di come, in conseguenza di questo, sia cambiata la postura dei vari attori.

L’inafferrabilità del concetto stesso di rigenerazione urbana - manipolato da chiunque voglia far passare una qualsiasi idea di trasformazione - e la polarizzazione delle posizioni, di cui ho già parlato in precedenti interventi, tra chi la concepisce come un’attività di sostituzione o riqualificazione edilizia e chi invece la legge come un processo sociale, ne hanno svilito la portata e, lo dice lo stesso D’Agostino, hanno contribuito anche a marginalizzare AUDIS all’interno di un dibattito che aveva invece per anni saputo influenzare.

Dobbiamo quindi rivedere i fondamenti.

E non solo lo dobbiamo fare. Lo dobbiamo fare rispettando l’idea di processo sociale aperto e partecipato che connota le trasformazioni urbane che siamo capaci di riconoscere come rigenerative.

Per questa via è necessario arrivare alla definizione di processi che non si facciano condizionare dalla gabbia di regole in cui l’urbanistica contemporanea si è fatta imprigionare smarrendo l’afflato a cui D’Agostino fa riferimento e su cui AUDIS è nata a metà degli anni ‘90.

Un afflato basato sulle condizioni abilitanti estremamente innovative e promettenti che hanno caratterizzato quegli anni ma che, alla fine, è stato soffocato da riforme sbagliate, da una politica impegnata in mediazioni di basso profilo, da un’accademia e da un mondo delle professioni tecniche perlomeno miopi e concentrate sul sindacalismo istituzionale.

Nel frattempo, nuove condizioni si sono affacciate. Ho spesso parlato di come la prospettiva duale tra pubblica amministrazione e fornitore privato si sia trasformata in un deal molto più complesso, con molti più attori:  l’indebolimento delle strutture tecniche e lo svilimento del concetto stesso di Pubblica amministrazione è stato fatto coincidere con quello di burocrazia nella sua accezione più deteriore. Tutte vicende che hanno indebolito la capacità di esprimere e ancor più di attuare strategie territoriali.

Ma non tutto ha subito una flessione involutiva. Si sono affacciate anche delle opportunità che, purtroppo, solo raramente hanno incrociato una fase costruttiva nello scenario e che al più si sono rivelate una toppa messa sul buco delle finanze pubbliche. Penso all’istituzionalizzazione delle forme più evolute di partenariato pubblico privato, agli strumenti di ingegneria finanziaria e una nuova inclinazione ESG degli investitori istituzionali. Condizioni che, come quelle della metà degli anni 90, non dureranno in eterno. Che andrebbero colte ora.

Il lavoro di AUDIS oggi, a mio avviso, è quello di riconoscere e modellizzare prassi e processi che si possono nutrire di queste innovazioni e costruire le condizioni di applicazione al territorio sfuggendo alla logica burocratico distributiva della spesa pubblica che si proclama appiattita sugli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU ma che poi, nelle sue prassi, li nega in radice.

Non siamo all’anno zero. Il lavoro fatto con la Città Metropolitana di Milano sulla attuazione del PUMS lo testimonia. Con le innovazioni che porta con sé in tema di urbanistica, ordinamenti locali, finanza, ambiente, lavoro, partecipazione e molto altro ancora. A partire dal superamento dei confini amministrativi degli ambiti territoriali i cui fenomeni si intende regolare. Vero freno all’applicazione delle formule attuative più promettenti.

Tutto questo nella nostra azione c’è.

Ora dovremo collocarlo in una dimensione teorica strutturata per capire se può trasformarsi in un vero e proprio nuovo paradigma “generativo” (Mauro Magatti, 2017).

Questo è il principale obiettivo che ho proposto ai soci a Venezia.

Per raggiungerlo ho fatto appello a tutte le componenti della filiera, ma è chiaro che un’importanza particolare l’avrà la partecipazione attiva e consapevole dei Comuni, delle città Metropolitane, delle Province, delle Unioni di Comuni. Insomma, dobbiamo recuperare quei soggetti di governo del territorio che hanno ormai rinunciato ad affrontare in una logica collaborativa e costruttiva il rapporto con lo Stato, preferendo negoziare trasferimenti a pioggia e accettando passivamente regole e vincoli che umiliano la loro sbandierata autonomia.

La stagione non è la più propizia perché, con il PNRR, lo Stato ha comprato una lunga indulgenza facendo passare l’idea che non è il momento di sconvolgere le prassi consolidate proprio ora che c’è da spendere così tanto. Promettendo soldi a destra e a manca senza chiarire come questi soldi possano servire un’idea di sviluppo e glissando sul fatto che, i soldi (che sono come il vento di Seneca), non sono poi nemmeno così tanti se non si trasformano in “leva”.

Vedo questo come il nodo più critico da sciogliere. Le amministrazioni territoriali e le loro rappresentanze politiche si apprestano a partecipare alla più gigantesca competizione fratricida (strappandosi le risorse l’un con l’altro), in una manciata di mesi, senza nessuna possibilità di dare un respiro strategico ai propri investimenti. E anche quando si metteranno insieme sarà per speculare. Per raggiungere i requisiti statistici richiesti, non per fare un programma di investimenti coerente e produttivo. Con la responsabilità di trasformare in hardware le promesse fatte “all’Europa” e con la consapevolezza di essere esautorati se non ce la si fa (modello “Genova”?).

Inutile illudersi da questo punto di vista. Sarà durissima andare a dire ai loro amministratori di fregarsene e di sottrarsi a questo macello in nome di un nuovo paradigma più equilibrato, sostenibile e responsabile.

Sarà durissima ma dobbiamo farlo.

Pena l’irrilevanza.

Buone vacanze.

Tommaso Dal Bosco


28/07/2021 editoriale
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