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Rigenerazione Urbana. Tra competenze e governance

Rigenerazione Urbana. Tra competenze e governance

 

Fioriscono le iniziative sulle “competenze” per la rigenerazione urbana. Seminari, corsi, master di 1° e 2°livello, per formare il perfetto rigeneratore. Anche AUDIS ha per molto tempo organizzato (e lo farà ancora) corsi di formazione di stampo laboratoriale soprattutto orientati a capire quale sia la governance che più opportunamente debba presiedere le complesse dinamiche di un processo di rigenerazione urbana e quali siano, se ci sono, gli elementi di riproducibilità che possano essere in qualche modo “standardizzati” e messi a disposizione di chi intenda utilizzarli. E bisogna dire che questa attività ha avuto negli anni anche un buon successo. Purtroppo, esattamente come i processi che aiutano ad analizzare, non sono iniziative facilmente riproducibili e richiedono, di volta in volta, una specifica progettazione e l’identificazione di precisi casi di studio con costi e impegni che non tutti sono in grado di sostenere. Insomma, sempre un prototipo. Personalmente ho partecipato a più di una iniziativa di livello universitario, piuttosto come opinionista o portatore di una qualche particolare esperienza che non come “docente”. Ma ho sempre sostenuto una tesi: i processi di rigenerazione urbana per come li intendiamo mediamente da operatori - e cioè il recupero, la rifunzionalizzazione, il riuso di spazi dismessi, abbandonati o anche semplicemente sottoutilizzati all’interno di un territorio – sono talmente destrutturati e legati alla iniziativa dei soggetti più disparati (speculatori immobiliari, costruttori, organizzazioni filantropiche, singoli cittadini con un’idea casuale, associazioni in cerca di una sede o di spazio per la propria attività, amministrazioni comunali, comitati di quartiere e chi più ne ha più ne metta) che le competenze non sono e secondo me non possono essere codificate. Anche perché, tanto per cominciare, sarebbe importante capire dove innestare queste competenze dato
che nessuna delle organizzazioni tra le infinite che possono trovarsi ad innescare un processo di quel tipo (nessuna delle quali può pensare di allevarsi un esperto di questa “materia”) potrà mai gestirlo in autonomia garantendone gli esiti. Sappiamo infatti tutti che ad un certo punto ci si scontra con la proprietà dell’area, con le competenze dell’amministrazione pubblica, con i problemi legati ai rischi, alle bonifiche, all’accessibilità, insomma con un sacco di problemi di natura tecnico formale che tendono a deprimere le energie che potrebbero essere sprigionate dalle spinte espansive del soggetto ideatore o promotore e che invece sono il vero principale problema della rifunzionalizzazione dei luoghi. E allora arriviamo al punto: l’innesco e la gestione di questi processi per “andare in buca” presuppone un sacco di conoscenze e di competenze ma tutte tendenzialmente non “interdisciplinari” (come si tende un po’ superficialmente a sostenere) ma, addirittura, “anti-disciplinari”. Gli inciampi infatti possono essere infiniti e tutti slegati dalla volontà politica di far progredire il processo. Però, si dirà, in un mondo normale un buon project manager che sappia pianificare obiettivi, azioni e budget, sarebbe più che sufficiente. In un mondo normale. Il tema è che, questo ragionamento, può funzionare all’interno di organismi sani, tendenzialmente ben funzionanti. Organismi (mi riferisco ovviamente alle città) in cui lo spazio da recuperare: o fa parte della sua ordinaria evoluzione secondo una traiettoria pensata, deliberata e ordinatamente perseguita, oppure è un evento di dimensioni talmente rilevanti da dover essere preso in considerazione esattamente alla stregua della ridefinizione della strategia di sviluppo urbano e che quindi quel tipo di processo devono affrontare. In Italia, da anni abbiamo rinunciato a questo. Da anni assistiamo alla espansione (finché è stata “crescita”) delle nostre città sulla base di spinte speculative disordinate che si sono sommate tra loro che hanno fatto perdere la forma che ne aveva fatto le prime e più belle. Il modello imitato nel mondo.
Ora è inutile in questa sede indagarne le cause dato che c’è già una letteratura sterminata su questo. Qui interessa dire che in mancanza di un quadro generale a cui riferirsi, in mancanza di “strategie deliberate e ordinatamente perseguite”, ci siamo abituati anche noi a pensare che la somma del recupero di tante aree dismesse, nella misura in cui ciò riesce ad avvenire spontaneamente (grazie anche alle facilitazioni o “semplificazioni” che sempre vengono invocate) faccia rigenerazione urbana. E questo è diventato un mestiere. Un mestiere particolarmente complicato e ampiamente sottovalutato dato il contesto in cui si
trova ad essere esercitato. Io sono invece convinto che la nostra missione sia quella di recuperare una politica pubblica per le città. A livello centrale come a livello locale.
Una politica che abbia l’esplicito fine di restituire alle città la loro “forma”. Dentro la quale le funzioni urbane siano ben distribuite all’interno di un organismo che funziona e che funziona sempre meglio. Per fare la città dei 15 minuti, a Parigi basterà allungare le linee della metropolitana di qualche km complessivamente nelle varie direttrici di espansione. Da noi, per lo stesso obiettivo, i sistemi urbani di quelle dimensioni devono essere completamente smontati e rimontati. Questa per noi è la rigenerazione delle città italiane. Le competenze per realizzarla sono ampiamente codificate e afferiscono tutte alla dimensione pubblica “alta” che, purtroppo, in Italia (unico Paese OCSE) non ha nemmeno un riferimento istituzionale. Quando questo sarà fatto, anche da noi, per rigenerare qualche area dismessa (anche molte) sarà sufficiente un buon project manager. Altrimenti la competenza necessaria continuerà ad essere quella di saper “intercettare” risorse (europee, nazionali, regionali… tanto è la stessa cosa) per sostenere processi inefficienti.

 

Tommaso Dal Bosco, Presidente Audis 

 


28/06/2022
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