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La rigenerazione urbana sostenibile per “demolire” l’abusivismo edilizio

La rigenerazione urbana sostenibile per “demolire” l’abusivismo edilizio

Oltre “le retoriche della città” (Amendola, 2016), la più “Grande Opera” pubblica di cui ha bisogno il nostro Paese, periodicamente devastato da calamità naturali che amplificano le diffuse ed endogene fragilità ambientali, è la sua messa in sicurezza. Nella contemporanea “società del rischio” (Beck, 1987), infatti, i territori, ormai a tutte le latitudini, quando non con il rischio sismico o vulcanico devono convivere con il rischio idrogeologico che, nei cambiamenti climatici, ha trovato un involontario “alleato” pronto a corroborarne gli effetti tragici.

Le immagini dei disastri procurati dalle ultime e devastanti “bombe d’acqua” (sempre più intense e frequenti, peraltro) che, nelle scorse settimane, hanno attraversato, soprattutto, il Veneto, il Friuli e la Sicilia, hanno fatto il giro del mondo. Su 750mila frane censite in Europa, del resto, oltre 600mila avvengono in Italia.
Secondo l'ultimo rapporto dell'Ispra sul dissesto idrogeologico si evince che è a rischio il 91% dei comuni italiani e che, su una superficie nazionale di 302mila kmq, il 16,6% - quasi 50mila kmq - è mappato nelle classi a maggiore pericolosità. Quasi il 4% degli edifici (oltre 550mila) si trova in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e più del 9% (oltre 1 milione) in zone alluvionabili nello scenario medio. Se, tuttavia, il dissesto idrogeologico, in un Paese nel quale la cultura della prevenzione ha “più haters che followers”, sta progressivamente sbriciolando la sua geomorfologia, la corresponsabilità dell’epifania delle nuove “geografie urbane” va anche ricercata nello sregolato e disseminato abusivismo edilizio.

Un istituto informale – intrinsecamente connesso alla piaga del consumo di suolo, aumentato nell’ultimo anno per l’impermeabilizzazione di altri 52 kmq alla velocità di 2 mq/sec – che nel nostro Paese procede a due velocità: nel settentrione non si supera il 10%; nel Mezzogiorno, secondo le ultime stime dell’Allegato ‘Indicatori di benessere equo e sostenibile’ al Documento di economia e finanza (DEF) 2018, sfiora quasi il 50%: su 100 case autorizzate, l’indice raggiunge il 45-49,7% a seconda delle aree indagate (Campania, Sicilia, Puglia e Calabria).

Sono dati assolutamente insostenibili, ancor più se si considera che negli ultimi anni il suddetto fenomeno illegale è cresciuto, venendo costruite abitazioni anche nell’alveo dei fiumi (come nella tragedia di Casteldaccia) o in aree vincolate, dove non si sarebbe dovuto edificare nulla.
Il report “Abbatti l’abuso” di Legambiente fotografa, plasticamente, la situazione attuale. Su 71.450 immobili colpiti da ordinanze di demolizione, più dell’80% è ancora in piedi. Sono pochissimi, dunque, i Comuni (appena il 3%) che - pur avendo la potestà di demolire o l’obbligo di acquisire gratuitamente al patrimonio pubblico tali organismi edilizi - agiscono per il benessere sociale e ambientale delle loro comunità. Le risorse per demolire ci sarebbero, ma non vengono impiegate, perché i Sindaci, procedendo con le demolizioni, temono di perdere consenso.

Una possibile soluzione, secondo Legambiente, potrebbe essere il conferimento dei poteri decisionali in materia di abusivismo edilizio ai Prefetti che, invece, non avendo tornate elettorali con cui confrontarsi, potrebbero più speditamente provvedere alle demolizioni.

Il Prefetto, ove il reo dell’illecito non demolisse entro 90 giorni, disponendo delle competenze dell’ufficio tecnico comunale per la redazione del progetto di demolizione, attua la sentenza con lo Stato che poi, attraverso l’Agenzia delle Entrate, si rivalerà sull’abusivo per le anticipate spese.
In presenza di una sentenza definitiva, immediatamente esecutiva, emessa da un giudice penale, infatti, i terreni abusivamente lottizzati e le opere su di essi realizzati – per come previsto dall’art. 44 (L) del DPR 380/2001 – sono confiscati e acquisiti di diritto e a titolo gratuito al patrimonio del Comune interessato dal procedimento, con l’immediata trascrizione nei registri immobiliari. In modo particolare per quegli edifici considerati strategici dalle Amministrazioni Comunali per l’attivazione de programmi complessi di RU, conseguentemente, una possibile soluzione potrebbe essere rappresentata dal loro “salvataggio” per una loro rifunzionalizzazione, per offrire alle comunità offese dall’illegalità nuove opportunità di progresso socio-culturale, ma anche di sviluppo artigianale-produttivo.

Altresì, dal rapporto su evocato emerge una altra fondamentale proposta, da parte del Cigno Verde: la Corte dei Conti, su indicazione delle Procure della Repubblica e bypassando i Comuni negligenti, verificano, quantificano e imputano, annualmente, l’eventuale danno erariale dovuto alle mancate entrate nelle casse comunali del corrispettivo economico generato dall’occupazione abusiva di immobili ormai entrati nella disponibilità comunale.
In tale scenario, la rigenerazione urbana, nel modello dell’economia circolare attuato attraverso il riuso degli edifici nati sotto la bandiera dell’abusivismo edilizio, rappresenta una delle modalità possibili per una trasformazione razionale e sostenibile del patrimonio immobiliare degradato o dismesso. Una modalità da intraprendere, perciò, per rinsaldare la coesione sociale e per innervare nel tessuto antropizzato nuovi potenziali “beni comuni” ai quali corrispondere destinazioni d’uso da stabilire preferibilmente con i vari portatori di interesse per un “metabolismo urbano” (Gasparrini e Terraciano, 2017) fondato sul bisogno umano di vivere in comunità resilienti e attraenti, accessibili ed inclusive.

I benefici indotti dalla conversione ecologica e dalla riqualificazione statica di queste architetture parassitarie sarebbero, infine, numerosi: per il Comune, la possibilità di bonificare culturalmente e democraticamente aree degradate e insicure, favorendo processi di innovazione sociale; per i cittadini coinvolti, soprattutto se sostenuti e coordinati da un abile community manager, l’opportunità di beneficiare di nuovi spazi pubblici nei quali agire il cambiamento evocato e desiderato.

Giuseppe Milano
 


27/11/2018
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