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[Interviste AUDIS] Annalisa Giusti

[Interviste AUDIS] Annalisa Giusti

Uscito quest’anno per Ed. Editoriale Scientifica, il volume “La rigenerazione urbana. Temi, questioni e approcci nell'urbanistica di nuova generazione” di Annalisa Giusti ricostruisce l'evoluzione del concetto di rigenerazione urbana, verificando in che modo le risposte legislative statali e regionali, gli strumenti più tradizionali del diritto urbanistico e i nuovi approcci giuridici convivano all'interno di quella che sembra configurarsi come un'urbanistica di nuova generazione.

 

AUDIS ha incontrato l’autrice e si è fatta raccontare com’è nato il suo libro.

 

Nel sottotitolo del libro introduci il concetto di urbanistica di nuova generazione, poi ripreso nel primo capitolo. Puoi spiegarci meglio cosa si intende dal punto di vista dell’analisi giuridica?

La scelta di parlare di urbanistica di nuova generazione e, soprattutto, di applicare questo concetto anche all’analisi giuridica è nata dall’esigenza di trovare una chiave di lettura a un insieme di sollecitazioni, provenienti da più parti del diritto (addirittura dall’edilizia!), ma tutte indirizzate, pur con percorsi diversi, verso la stessa meta cioè la rigenerazione urbana.

Ad essere sincera, la suggestione dell’analisi generazionale mi è arrivata dalla scienza urbanistica a iniziare dalle pagine di Campos Venuti e provando a sviluppare il pensiero semplice eppure efficace di Bernardo Secchi, quando ci dice che, di fronte ai grandi cambiamenti della società, la questione urbana torna sempre in primo piano e genera progetti e idee per la città.

Questi progetti e idee per Campos Venuti si sono tradotti in tre diverse generazioni di piano; per un giurista invece in strumenti diversi con cui governare il territorio, per parafrasare la Costituzione.

Questa generazione nasce dalla crisi economica del 2008 e il territorio ne è uno specchio eloquente: i capannoni dismessi, le periferie con infrastrutture e servizi di bassa qualità, i conflitti sociali fra le aree della città, la percezione di insicurezza che porta all’esclusione e alla separazione. Il diritto ha tentato una reazione e lo ha fatto con strumenti diversi, dalle leggi regionali per ridare vita a parti del territorio con i programmi di rigenerazione fino ai regolamenti sull’amministrazione condivisa dei beni comuni, passando per le iniziative governative per riattivare l’edilizia o di sostegno alle periferie. Tutto questo ho cercato di leggerlo come un processo di elaborazione di una nuova generazione che raccoglie senz’altro l’eredità del passato ma propone anche nuovi spunti e domande di ricerca.

 

Affronti nel volume in più punti l’importantissimo tema della riduzione del consumo di suolo; in uno di questi ti soffermi, in particolare, sulle contraddizioni in cui alcune leggi regionali si imbattono attraverso l’introduzione di misure incentivanti (edificabilità aggiuntiva e, spesso, possibilità di consumare nuovo suolo) volte a stimolare i privati a investire nella città esistente. Qual è a tuo avviso l’equilibrio che va ricercato?

L’equilibrio dovrebbe essere ricercato in un buon progetto per la città e in una solida regia da parte delle amministrazioni.

Troppo spesso abbiamo assistito a modelli di amministrazione consensuale basati su rapporti asimmetrici, in cui è stato il privato a indirizzare le scelte dell’amministrazione, definendo, in concreto, l’interesse pubblico. Questo ha portato a riqualificazioni importanti di parti di città ma, al tempo stesso, a fenomeni di esclusione sociale, di gentrification e di marginalizzazione nelle aree a più basso costo. O, al contrario, ha portato all’espansione di aree caratterizzate da dotazioni urbanistiche scadenti, di bassa qualità e che oggi sono diventati i pezzi della città da legare, rammendare, per dargli senso e identità. La formula dell’urbanistica consensuale, non a caso, è stata spesso declinata, in una accezione negativa, come urbanistica contrattata.

Le nuove leggi regionali indicano ambiziosamente nella rigenerazione urbana l’alternativa strategica al nuovo consumo di suolo e incentivano questi investimenti del privato sulla città mediante, ad esempio, l’esonero dal contributo straordinario o con la riduzione del contributo di costruzione; consentono però anche di impermeabilizzare nuove aree per aumentare la competitività del territorio o per interventi di edilizia residenziale sociale.

Queste leggi hanno, però, il possibile antidoto per non ricadere negli errori del passato, pur con la consapevolezza del rischio che comporta ogni sperimentazione. E così quando parlo di un buon progetto per la città e di una solida regia da parte delle amministrazioni non  faccio certo riferimento a un anacronistico accentramento delle decisioni ma penso alla capacità di utilizzare realmente gli strumenti di conoscenza del territorio, di partecipazione e di ascolto delle sue istanze, di condivisione delle decisioni, di positiva competizione fra progetti per la città, che hanno fatto per la prima volta il loro ingresso proprio nelle leggi regionali, più avanti su questo punto rispetto anche al legislatore statale. È chiaro che questa visione necessita di una dimensione di più ampio respiro, sistemica e condivisa che impone di abbandonare il confine del progetto e di ridare fiducia al piano.

 

L’ultimo capitolo è dedicato alla rigenerazione dal basso e ai dispositivi che regolamentano l’autonoma iniziativa dei cittadini nei confronti dei beni comuni urbani. Sarebbe a tuo avviso opportuno un dialogo più strutturato fra la “macro-rigenerazione” per piani e la “micro-rigenerazione” per progetti civici? Se sì quale forma potrebbe assumere?

Nel nuovo ruolo dell’amministrazione, di cui ti ho detto prima, indubbiamente ricomprendo anche la necessità di questo dialogo. Non solo perché, concretamente, le leggi regionali e gli interventi statali hanno come ambito di ricaduta più immediato le città ma soprattutto perché anche gli strumenti della c.d. amministrazione condivisa, a mio giudizio, sono diventati una forma di amministrazione.

La mancanza di dialogo rischia inoltre di creare un cortocircuito nelle amministrazioni comunali, ora che molte leggi regionali hanno previsto strumenti di rigenerazione urbana che si avvicinano agli interventi previsti nei regolamenti o il legislatore statale ha introdotto misure incentivanti simili, come il baratto amministrativo.

Anche in questo caso, le diverse fonti che intervengono sulla città sono una ricchezza che le amministrazioni devono sapere valorizzare. Innanzitutto evitando soluzioni necessariamente assolutizzanti, senza cedere quindi alla tentazione affidare ai regolamenti le risposte a questioni in cui la dinamica degli interessi difficilmente può essere ricondotta agli schemi della sussidiarietà orizzontale o, al contrario, assumendo la prevalenza tout court della fonte sovracomunale. La ricchezza di fonti significa anche flessibilità, valutazione dell’esigenza, capacità di scegliere e utilizzare gli strumenti a disposizione, dalla concessione in uso esclusivo del bene fino al patto di collaborazione. Nel libro, ad esempio, faccio riferimento alla prospettiva metodologica suggerita dai protocolli della «co-città».

Mi pare che più che cercare uno schema formale ordinato di composizione astratta dell’ordine delle fonti occorra recuperare una visione di sistema, che sappia collocare anche le esperienze bottom up, eliminando il senso di contrapposizione che suscita l’accostamento fra macro e micro. Mi affascina l’idea, che ho riportato anche nel libro, di riuscire a coniugare “competenza e rappresentanza”, secondo la linea che Bernardo Secchi tracciava per urbanisti e architetti e che credo dobbiamo seguire anche noi giuristi, necessariamente ormai non più seguendo percorsi paralleli.

Paola Capriotti, Segreteria scientifica AUDIS

La presentazione del libro


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