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[Tempi di Covid-19] La fragilità territoriale. Appunti per un pensiero cooperativo

[Tempi di Covid-19] La fragilità territoriale. Appunti per un pensiero cooperativo

1. La pandemia del coronavirus Covid-19 sottopone la società contemporanea ad uno stress test di portata inaudita sulla propria capacità di resilienza, anzi di anti-fragilità direbbe meglio Nassim Taleb con un bel termine che non è riuscito ad entrare nel lessico corrente.
Anti-fragilità dei sistemi tecnologici, organizzativi e culturali che tengono in piedi la società contemporanea consentendole di operare a livelli di prestazione elevatissimi.

2. La fragilità dei sistemi economici e sociali e le diverse forme in cui questa fragilità si manifesta diventano in questa temperie uno dei fuochi della osservazione e della necessaria consapevolezza dei decision-maker e dei loro staff, in tutte le istituzioni complesse: dalle imprese alle amministrazioni pubbliche, ai corpi della rappresentanza di interessi collettivi.
Soprattutto, la anti-fragilità possibile dei sistemi complessi diventa elemento cardinale della azione di monitoraggio e di progetto dei decisori e degli attori sociali.
Cruciale è la capacità di questi sistemi di sviluppare processi adattativi e di generare risposte appropriate anche a fronte di situazioni inattese che la crescita esponenziale della complessità rende sempre più possibili e probabili, per quanto ignote.

3. Le fragilità territoriali sono emerse nell’ultimo quinquennio come una delle criticità più esplosive delle società contemporanee.
Le aree poste ai margini dello sviluppo dalle trasformazioni della economia globale - e dai sussulti che economia e finanza hanno conosciuto nel corso e dopo la Grande recessione del 2008-2012 – hanno conquistato ormai il centro della scena.
In un arco temporale molto ravvicinato, dal referendum sulla Brexit alle presidenziali americane, dalla rivolta dei gilet jaunes alle elezioni politiche italiane, comportamenti di protesta sociale (ma anche e soprattutto elettorale) hanno reso evidente il venir meno di fasce sociali estese e di interi territori alla lealtà nei confronti dell’assetto istituzionale dato.
Inaspettata forse è stata la strada scelta dalla protesta: quella della voice, avrebbe detto Hirshman, in luogo di una più consueta e rassegnata opzione di exit che per lungo tempo ha caratterizzato in questi territori il comportamento atomistico degli attori sociali, contribuendo progressivamente a spopolare lo spazio periferico e rurale a favore delle concentrazioni metropolitane.

4. Fragilità territoriali e fragilità demografiche si intrecciano in modo molto significativo nella realtà regionale dell’Emilia Romagna dove le distinzioni che attraversano il corpo sociale della regione sono connotate da differenze demografiche molto significative, effetto congiunto di un generale processo di longevità e di una radicale differenza nei movimenti migratori, interni e internazionali, che ha agito selettivamente sulla struttura per età della popolazione.
La fondamentale distinzione del territorio emiliano-romagnolo resta quella che corre tra l’asse urbano della Via Emilia e il territorio delle Aree Interne della montagna e della bassa pianura. Con un sistema urbano che ha dilatato nel tempo il suo spessore, spingendo le propaggini dello sviluppo urbano e industriale verso il pedemonte e verso la pianura, territori che il processo di diffusione manifatturiera di fine secolo scorso ha progressivamente inglobato in una condizione di nuova centralità, trasformandole da aree depresse a nuova frontiera dell’insediamento industriale.
È significativa però anche la divisione che corre entro il sistema urbano regionale, distanziando le sue realtà più ”periferiche” (termine sicuramente da indagare meglio e forse anche da declinare diversamente) come Piacenza e Ferrara e forse anche Rimini, dal corpo centrale delle città emiliane, da Bologna a Parma, uscito sostanzialmente rafforzato dalla grande recessione.

5. La pandemia porta in evidenza e pone in nuova luce due fattori che sono stati decisivi per la evoluzione del sistema territoriale, di ogni sistema territoriale, in modo differenziato ma costante. I due fattori sono la densità e la mobilità, cioè la frequenza e la intensità degli spostamenti.
Entrambi rappresentano le ragioni fondamentali del successo economico e dello sviluppo civile delle città, matrice di processi selettivi tra i diversi territori. Entrambi sono sottoposi dalla pandemia ad una critica radicale.

6. La densità degli insediamenti, intanto. Densità che determina la frequenza delle relazioni prossime, che si propone come una fondamentale esternalità positiva e che – attraverso la concentrazione di attori e di funzioni - consente lo scambio ravvicinato, il trasferimento informale di esperienze e la messa in valore del patrimonio cognitivo presente nelle persone e nei luoghi.
Un mix di dotazioni e di fattori che sembra essere il carburante decisivo per fare delle città i motori dello sviluppo nella stagione della economia della conoscenza. Densità che però, nell’emergenza, diventa la prima condizione di rischio del contagio e il fattore principe di esasperazione del rischio sanitario.
Si potrebbe ragionevolmente osservare che i luoghi topici del contagio italiano, come la bassa lodigiana e padovana o le valli bergamasche, non sono propriamente luoghi centrali e ad alta densità.
Piuttosto appartengono a quella Italia di mezzo, categoria che Arturo Lanzani chiama in causa per descrivere urbanizzazioni periurbane e diffuse e campagne abitate, luoghi dello sviluppo spesso insostenibile del nostro Paese nella crescita economica e insediativa che ha seguito la crisi del modello fordista.. 
Gabriele Pasqui ci invita per questo a leggere “le diseguaglianze sociali e spaziali, i divari di capitale sociale e culturale, che sono e saranno un fattore decisivo di intensificazione o diradamento degli effetti del virus.”
Una lettura che ci suggerisce forse di cogliere nei luoghi di innesco della diffusione pandemica una singolare sovrapposizione tra le condizioni di ordinario cosmopolitismo delle periferie metropolitane, inserite dalla modernità nei flussi delle relazioni commerciali e turistiche intercontinentali ma rimaste ai margini – come le fragili risposte dei loro presidi sanitari sembrerebbero suggerire – della infrastruttura sociale delle alte prestazioni e delle nuove tecnologie, sottoposte ad un incessante processo di concentrazione, simmetrico alla diffusione residenziale e produttiva che di queste periferie ha alimentato la crescita quando non la formazione.
La percezione della città come luogo dell’alta densità e di un più elevato rischio di contagio è comunque leggibile nei comportamenti sociali ed è forse rafforzata dalla opportuna soluzione del distanziamento e dell’isolamento delle presenze, che colpisce lo stile di vita urbano più di ogni altro"
Scatenando quella fuga dalle città che ha accompagnato le pestilenze nelle società tradizionali, meno mobili della nostra regalandoci, allora, il Decamerone di Boccaccio.
Proponendosi oggi in una più meschina riscoperta delle seconde case alpine ed appenniniche da parte di quote di popolazione metropolitana restie ad adeguare il proprio stile di vita alle esigenze di isolamento in situ imposte dalla quarantena.

7. Insieme, e in misura anche più accentuata, un fuoco della attenzione che la pandemia ci costringe ad esercitare con occhi nuovi, è quello della mobilità, manifestazione essenziale della modernità; un tema che già l’emergere della crisi ambientale aveva reso evidente come punto critico, fattore di fragilità del sistema.
La pandemia ne ripropone il rilievo da una angolatura del tutto diversa. Le città spettrali che osserviamo in questi giorni, il deserto dello spazio pubblico, la messa a riposo dei sistemi di trasporto aerei e ferroviari, manifesti della globalizzazione vittoriosa delle persone, ancor prima che delle economie, propongono una riflessione affatto scontata sulla mobilità e la logistica urbana.
Una riflessione che deve portare il suo sguardo alle nuove esigenze/opportunità della consegna a domicilio delle merci oltre la soluzione, ad un tempo digitale ed arcaica, dei riders, come alla disfunzionalita dei tradizionali modelli di trasporto pubblico che scuole chiuse e difficoltà ad assicurare minime precauzioni, rendono evidenti.

8. Entra qui in gioco in modo decisivo anche il tema della comunicazione immateriale che la corsa verso lo smart working della emergenza sanitaria ha portato in piena evidenza. Abbiamo registrato quasi inaspettatamente, visto il poco che avevamo fatto per servirlo, il rilievo che nella moderna divisione del lavoro assumono le attività che accompagnano il flusso della produzione materiale nella gestione dei processi amministrativi, di progettazione, di controllo e monitoraggio senza un coinvolgimento fisico dei lavoratori.
Una evoluzione tecnologica dirompente rappresentata dalla rivoluzione digitale, che, apparentemente, sembrerebbe rendere ininfluente lo spazio ed il suo attrito, uniformando e avvicinando nella simultaneità territori distantissimi tra loro.
Così però non è – o almeno non lo è necessariamente - quando si consideri che è una rete infrastrutturale che rende possibili le comunicazioni e che questa ha la sua materialità e le sue geografie discriminanti, perché l’investimento che la produce è governato da valutazioni economiche che apprezzano fortemente la concentrazione della domanda. Processi selettivi che rilasciano territori a fallimento di mercato, da coprire con investimenti pubblici sulla cui implementazione – si veda la vicenda italiana della Banda Ultra Larga – gioca ugualmente a sfavore delle aree periferiche e scarsamente popolate il difetto di peso politico e di rappresentanza intrinseco a queste aree.

9. Le città e le aree interne sono i luoghi in cui la crisi pone con tutta evidenza il tema della produzione di gradi maggiori di anti-fragilità, di resilienza.
Luoghi diversissimi tra loro ed entrambi diversi, nella propria cifra identitaria, nella propria antropologia, da quell’indistinto ibrido che è la città dispersa; un ibrido che lo sprawl di fine secolo ci ha lasciato in eredità come irrisolto problema di insostenibilità sociale ancora prima che ambientale.
Città e aree interne diverse nelle manifestazioni della evoluzione economica e sociale, ma forse meno distanti nello spazio logico delle criticità e delle sfide da affrontare.
Sfide che affollano tanto lo spazio dei sistemi tecnologici e organizzativi, quanto quello delle strutture e delle istituzioni sociali.
Sfide che si rivolgono alle istituzioni e ai processi operativi che governano l’ordinato svolgimento della vita quotidiana come a quelli che “governano” i più tumultuosi rivolgimenti competitivi e determinano il posizionamento strategico degli attori sociali, delle loro coalizioni di interessi. Del loro esprimersi in sistemi territoriali che riconoscono la propria identità e si propongono come soggetti collettivi nella arena decisionale delle politiche regionali.
Uno dei temi da affrontare per cogliere queste sfide è sicuramente quello del riposizionamento che l’onda d’urto della crisi, per i suoi effetti economici, più che per quelli sanitari, produrrà per questi sistemi territoriali allargando le disuguaglianze, anche spaziali, o invece costruendo nuove funzioni e nuovi orizzonti di significato per i luoghi “meno centrali”, ad esempio nella logica di generare ridondanze e riserve di capacità.
È un tema caldo per le istituzioni politiche territoriali ma lo è almeno altrettanto per gli attori sociali che concorrono in larga misura al funzionamento di questi sistemi e alla loro stessa configurazione identitaria (i Distretti, per esempio).

10. L’incertezza, la perdita di controllo della realtà da parte dei sistemi e delle strutture formali della razionalità organizzata, siano essi le imprese e le loro catene di produzione, sempre più delocalizzate, siano essi i sistemi sanitari, organizzati per muoversi in contesti ordinati e prevedibili, hanno portato in evidenza le ambiguità e le debolezze dei sistemi di controllo gerarchico.
Fragilità dei sistemi gerarchici, statali, territoriali, aziendali, della cui presenza e capacità di orientamento e di direzione si avverte acutamente l’esigenza ma di cui si temono (non infondatamente) le contraddizioni e la inadeguatezza di fronte a stress di grande portata.
Fragilità, anche. dei meccanismi di regolazione automatica e involontaria, come il mercato, che la singolarità degli eventi può far precipitare oltre all’orlo del caos che è quello su cui naviga - quotidianamente ma non sempre avendone consapevolezza - la complessità organizzata.

11 Tra stato e mercato, tra gerarchia e contratto, ci siamo abituati a collocare i comportamenti e il ruolo di un terzo settore sussidiario e gratuito(?), espressione di una economia del dono di cui si sono cantate le lodi ma anche lette, fuori della agiografia, regole di reciprocità talvolta feroci.
Molto se ne parla ora, ad esempio, riguardo al tema delle riserve di cui la società complessa, ottimizzata ed essenzializzata nelle sue strutture dalle relazioni competitive di mercato si scopre priva nella emergenza. Riserve di capacità di intervento, sepolte nella società civile, che debbono essere motivate e manutenute per entrare in gioco nella emergenza, come l’esercito svizzero.
Un sistema completamente immerso nella socialità e nella prossimità che, anche per questo, e’ messo non poco in discussione dalla pandemia. Non sappiamo se l’esito della quarantena sarà una esplosione di nascite o di divorzi ma di certo le strutture e le forme della socialità registreranno mutamenti profondi.
Mutamenti che non potranno non riguardare anche il confine – non poi così netto come l’esistenza della cooperazione mostra con evidenza – tra organizzazioni immerse nel mercato e relazioni basate sulla mutualità e la reciprocità dello scambio.

12. Ogni cooperativa, per la sua natura di impresa, è immersa profondamente nella economia di mercato e nella organizzazione aziendale governata dal controllo gerarchico ma non è immune, per la sua scelta mutualistica, dalle motivazioni e dai meccanismi di coordinamento volontaristico del terzo settore.
Nella crisi la Cooperazione affronta i rischi che derivano dalle fragilità dei sistemi tanto del primo che del secondo ordine ma al contempo può rappresentare un ambiente fertile per ospitare nuove risposte a bisogni diversi da quelli sin qui tematizzati.
Bisogni che proprio la esperienza quaresimale della pandemia ha messo in campo. Magari anche sul fronte di una gestione intelligente di quelle nuove ridondanze e di quelle riserve di capacità di cui l’emergenza ha reso stringente l’evidenza e che possono intercettare diversi e lungimiranti obiettivi di sostenibilità, a sottolineare e rafforzare quelli di anti-fragilità.
Anche sul fronte delle fragilità territoriali: dalla implementazione dei processi di sviluppo locale delle Aree Interne all’innesco dei processi di Rigenerazione Urbana.

Giampiero Lupatelli, economista, vicepresidente di CAIRE Consorzio e Presidente di Atlante srl
Reggio Emilia 18 marzo 2020
 


25/03/2020
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