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[Tempi di Covid-19] La rivincita dei balconi

[Tempi di Covid-19] La rivincita dei balconi

Viene da chiedersi, in momenti come questi, che senso abbia fare il proprio lavoro. Non sono medico né infermiere, non giornalista, fornaio o farmacista; non so guidare un camion e non ho mai fatto funzionare una cassa al supermercato. Tutte cose utili, nel periodo di emergenza che stiamo vivendo.

Lavoro nell’amministrazione pubblica, occupandomi di città e società: nello specifico di riqualificazione e progettazione urbana, e di politiche abitative. Ora come ora, se come semplice cittadino l’unico compito che mi spetta è di stare alle regole che ci sono state date, non riesco invece a sentirmi d’aiuto più di tanto come professionista. In questi giorni, mi sto dicendo che la cosa più utile che posso fare è di continuare comunque a svolgere il mio lavoro, e nel frattempo di imparare qualcosa da ciò che ci sta accadendo attorno, soprattutto per farne tesoro quando, in un futuro normale, torneremo ciascuno alla propria quotidianità.

Ci sarebbero mille spunti di riflessione nell’osservare le nostre città ferme e deserte.

Una in particolare mi ronza in testa da alcuni giorni, forse perché al riguardo ho sempre avuto molti dubbi, e riguarda la annosa - e dal mio punto di vista spesso sterile - querelle tra città pubblica e città privata, che tanto ricorre in letteratura e nel dibattito tra gli addetti ai lavori.

Il momento che stiamo vivendo consegna in maniera lampante, anche a chi spesso non lo vuole cogliere, un fatto: che gli spazi della città dal punto di vista patrimoniale potranno certo essere pubblici o privati – il che naturalmente conferisce loro limiti e condizioni molto diverse – ma la loro valenza “collettiva” è trasversale, ed appartiene unicamente ai modi d’uso che gli abitanti decidono di attribuire loro. Riscoprendo e rianalizzando, senza pregiudizi, quel rapporto tra urbs e civitas che alcuni autori hanno saputo profondamente indagare.

Questa attribuzione è mutevole, flessibile, dinamica. Talvolta scomoda, perché segue percorsi tutti suoi, spesso imprevisti e non coerenti alle teorie che ci siamo dati e che non vorremmo vedere smentite; e si muove molto più rapidamente dello spazio fisico costruito che attraversa e che spesso rimane lì, immobile per sua natura, scarico di significati, o in attesa di una nuova significazione.

Ieri, sabato, mi sono ritrovato con le mani fuori dalla finestra ad applaudire il personale sanitario in prima linea in questa emergenza. Ho ascoltato “Azzurro” che risuonava dalle altre case, e aspetto tra poco “Il cielo è sempre più blu” per un altro inconsueto momento collettivo, per chi si vorrà affacciare alle finestre o ai balconi di una qualunque strada di un qualunque centro storico.

Ammetto che non ho mai amato molto i balconi, neppure quando li ho avuti. Non penso ai grandi terrazzi invisibili degli attici o ai balconi ricamati che impreziosiscono le facciate dei palazzi storici, ma a quella moltitudine di balconi minimi, così stretti e mal progettati da accogliere a malapena lo spazio per una seggiola, e che inevitabilmente si riempiono delle mille cose che non trovano giurisdizione dentro le case, diventando così discariche transitorie, più o meno ordinati depositi all’aperto, espansioni alla bell’e meglio di asfittici spazi interni, o luoghi di improbabili estri artistici dei proprietari.

Mai avrei pensato che potessero, neppure per un momento, dirsi luogo collettivo. E invece, in questi giorni di emergenza, sono diventati il nostro principale spazio pubblico: il luogo dove ci manifestiamo, e dove cerchiamo il contatto con gli altri.

Certo, la condizione che stiamo vivendo è del tutto anomala, ma tuttavia non possiamo non considerare due aspetti.
Il primo ci segnala la fragilità di molte nostre convinzioni sulla città e sui suoi meccanismi di funzionamento, cui spesso ci affezioniamo più per teoria che per manifesta pratica.

Il secondo, forse più importante, riguarda il fatto di non potere escludere che, magari in altre forme, una condizione analoga si possa ripetere. I “cigni neri”, ci insegna Taleb, ricorsivamente tornano: e se è vero che per loro natura non sono prevedibili, tra le poche armi che possiamo attrezzare per contrastarli una è quella della resilienza: alla quale però, occorre prepararsi in modo adeguato, soprattutto culturalmente. Affinché anche questo termine non invecchi ed annoi rimanendo un semplice slogan oggi sulla bocca di molti, in troppe occasioni usato senza mai divenire pratica.

Attribuiamo troppo spesso attributi alle nostre città, spostando così la attenzione e forse alleggerendoci la coscienza: quasi fosse colpa loro se non sono sostenibili, inclusive, smart o, appunto, resilienti; quando piuttosto non siamo capaci di esserlo noi, come società e come comunità di abitanti.
Parlo di una resilienza umana, intrinseca, che si possa dispiegare non solo nelle condizioni di emergenza, ma che deve essere allenata, educata, accettata sempre di più nella prassi comune ed abituale, nella gestione ordinaria delle nostre città, degli spazi e dei servizi che offrono.
Una resilienza che si può esprimere anche nelle forme di utilizzo e di riutilizzo del materiale urbano; e che segue strade ed usa codici che non appartengono al set di istruzioni e strumenti su cui ancora oggi gran parte della cultura urbanistica ragiona ed opera.
E quando, non di rado con un accenno nostalgico, parliamo di spazio pubblico, non dimentichiamoci che sono mille i fattori che ne alterano o determinano l’uso. Contribuisce a modificare lo spazio pubblico l’arrivo della lavatrice, quando sposta dentro le case il rito (magari odiato, ma necessario) dei lavatoi. Erode lo spazio pubblico un comodo ascensore, quando rimuove la necessità di fare le scale ma non ci fa più incontrare nessuno nel condominio. Lo ha fatto l’automobile di massa, “il nostro confortevole assassino” come lo chiamava D. Lynch già negli anni ’60, quando dai marciapiedi e dagli affollati trasporti pubblici ci culla dentro ipertecnologiche scatole su ruote. Lo ha fatto la televisione e lo sta facendo la tecnologia che portiamo tutti in tasca, consentendo di isolarci anche quando siamo in mezzo alla folla, o addirittura in compagnia di amici.

Tutto ciò non è avvenuto e non avviene per caso, o contro la nostra volontà. Forse accade in maniera subdola, senza che ne percepiamo per tempo gli effetti meno diretti; ma in fondo risponde esattamente a ciò che desideriamo, o che forse qualcuno ci ha fatto desiderare creando bisogni di cui altrimenti non avremmo avvertito la necessità, ma a cui tutti abbiamo piacevolmente abboccato. Perché alla fine siamo un po’ tutti quell’homo comfort ben descritto da Stefano Boni, e il potere della comodità è grande. A guardare bene, da decenni costruiamo le nostre città seguendo i medesimi percorsi.

La villetta con giardino per chi può permettersela, o il piccolo condominio fronte parco sono un desiderio comune, e peraltro legittimo. Ma è un’idea di abitare che premia la dimensione privata, e che ci allontana da quella collettiva, spesso faticosa e scomoda, eppure che in certi momenti riscopriamo come necessaria.
E così abbiamo costruito una città analoga e conseguente, fondata su regole e punti di vista sempre più settoriali e specifici, che sostanzialmente hanno teso a semplificare, ordinare, sterilizzare ogni possibile diversità, ogni potenziale conflitto percepito come superfluo, ogni punto di anomalia non riconducibile ad una condizione standard, secondo modalità tecnocratiche che abbiamo colpevolmente considerato bastanti ed autosufficienti.

Abbiamo cioè immaginato che le singole tecnicalità, per loro natura iper-specializzate e del tutto autoreferenziali, potessero servire ad un disegno di insieme che invece non necessitasse di una competenza tutta sua, altrettanto e forse ancora più importante, come se chiunque potesse esserne il regista.

Non poche colpe le porta la parte tecnica, quando non supporta con adeguatezza la politica nella costruzione delle scelte di insieme, o quando accetta acriticamente che la politica possa bastare a sé stessa, davanti a decisioni e compiti di grande complessità; un po’ per debolezza davanti all’arroganza di una certa politica, un po’ per abdicazione all’esercizio di un proprio ruolo, demandando così ad altri il rischio dello sbaglio.
C’è, a parere di chi scrive, una rinnovata ed urgente necessità di reclamare tutte le competenze necessarie per “fare città” con una visione di insieme; per costruirle, gestirle ed accompagnarle con pensieri rinnovati; accettando come naturale il rischio di un qualche fallimento, utile però a trovare strade nuove ed efficienti, a liberare molte delle energie oggi imbrigliate, Covid19 a parte, in meccanismi, strumenti, e regole fuori tempo ed inefficaci. A un virus si troverà un vaccino. A un’aria irrespirabile o a un’estate a quarantotto gradi sarà ancora più difficile porre rimedio.

Non so cosa impareremo da questo periodo. Non so cosa saremo capaci di ricordarci e quanto saremo in grado di migliorare nel nostro lavoro. Spero che se ne possa parlare presto in un qualche affollatissimo convegno, tutti assieme. Io, intanto, guarderò con più rispetto i mille balconi delle nostre città.

Marcello Capucci, dirigente Servizio Qualità Urbana e Politiche Abitative della Regione Emilia-Romagna
Modena 15 marzo 2020


26/03/2020
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