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Finanza globale, politiche europee, investimenti locali

Finanza globale, politiche europee, investimenti locali

Abbiamo visto come la radicale revisione delle regole di finanza pubblica (patto di stabilità, avanzi di amministrazione e limiti all’indebitamento) che ha messo a disposizione dei Comuni una notevole mole di risorse da investire di per sé non sia stata sufficiente a dare il colpo di frusta su cui il Paese contava. 

Non è quindi, evidentemente, una questione di soli soldi. Altre componenti giocano un ruolo significativo: le regole degli appalti, la formazione dei funzionari, la nuova e, obiettivamente, complessa governance che connota i processi di programmazione e investimento e gli strumenti di ingegneria finanziaria. 

Ne parlo perché questi strumenti sono decisivi per promuovere e gestire processi di trasformazione delle città che, come AUDIS, abbiamo molto a cuore.

Da questo punto di vista, il prossimo ciclo di programmazione europea si annuncia come momento di consolidamento delle politiche per gli investimenti tracciate dalla commissione Juncker.  

La Commissione Europea ha infatti proposto di istituire il programma InvestEU per riunire in un unico programma gli attuali 14 programmi di finanziamento dell’UE in forma di prestiti o garanzie. 

In questo quadro, la strategia basata sugli strumenti di ingegneria finanziaria da sperimentale mostra di voler diventare tendenzialmente ordinaria, soprattutto per gli effetti di massimizzazione dell’impatto dei fondi pubblici che da essa ci si attendono (oltre 650 mld di Euro). 

Questa sarà la modalità con cui l'UE intende proporre il finanziamento degli investimenti previsti dal Green Deal europeo. 

Ma, come spesso si osserva, alla capacità di elaborare soluzioni e strumenti (sempre più sofisticati) da parte della tecnostruttura comunitaria (ma anche dalle agenzie nazionali dei paesi membri) non corrisponde una speculare diffusa capacità di accedervi da parte della base beneficiaria. Investire attraverso questi meccanismi è molto più complesso che attraverso le modalità ordinarie e appare evidente l’impreparazione della gran parte dei Comuni italiani in tal senso.  

Le agenzie preposte alla gestione degli investimenti pubblici lamentano costantemente una forte carenza di progettualità da parte degli enti locali. Insomma, la mancanza di progetti.

Ma io sono convinto che questa rivendicazione - che copre evidentemente lacune che sono anche di chi, detenendo le risorse, ne deve programmare la spesa – sia un po’ il frutto di una sottovalutazione e di una considerazione riduttiva del processo progettuale. Come se si trattasse di un banale adempimento tecnico propedeutico alla realizzazione.

Anche la distribuzione delle risorse risente ancora di uno schema a mio avviso sorpassato: lo Stato redistribuisce su base statistica realizzando una politica di investimenti non basata sulla domanda dei territori ma sull’offerta di capitali raccolti attraverso le tasse e il debito. Senza tener conto delle specificità e delle priorità locali e quasi mai dell’entità degli investimenti necessari per portare a compimento uno specifico programma di opere o almeno per completarne una parte avente un senso funzionale ed economico compiuto. 

In realtà io credo che siamo usciti da tempo dallo schema “duale” che esauriva il deal tra l’amministrazione pubblica e il fornitore (costruttore, concessionario o gestore che fosse). La prima in quanto indiscutibilmente depositaria dell’interesse pubblico sulla base del principio di rappresentanza e, il secondo, dell’interesse privato garantito dai meccanismi di selezione del mercato. Oggi, i protagonisti sono molti di più e questi processi sono molto più complessi.

E questa complessità rende tutti più insicuri. A cominciare dai funzionari pubblici sui quali ricade la responsabilità degli atti. Per questo è più difficile realizzare investimenti e, più ancora, affrontare quelli che riguardano la trasformazione di interi pezzi di città dove in discussione, e spesso in conflitto, ci sono molti interessi di molti differenziati soggetti.

Ma, di fronte a questa de-strutturazione delle relazioni sociali e contrattuali che sottendono ai processi di trasformazione, cosa ci propone di fare la UE? Come facciamo a cogliere le opportunità legate agli strumenti che la Commissione ha approntato e che promettono di guidare il Green Deal nei prossimi anni?

Dobbiamo passare da un approccio orientato al progetto a uno orientato al processo, da interventi di riqualificazione a programmi strategici, da gestione settoriale a governance di processi ad alta complessità, da finanziamento pubblico a strategia finanziaria.

Qui sta la parte “construens” di queste trasformazioni: ribaltare il paradigma e produrre una spesa guidata dalla domanda invece che dall’offerta. Il territorio decide le proprie priorità d’investimento, assume l’iniziativa, si aggrega con altri per raggiungere le necessarie economie di scala, esercita il diritto di operare liberamente nel proprio spazio istituzionale sulla base del principio di sussidiarietà, esalta la propria capacità di dare risposta compiuta ad un bisogno e il suo partner finanziario sono gli organismi di investimento collettivo del risparmio.

I fondi pubblici serviranno solo per l’innesco dei processi o per l’abbassamento delle soglie di sostenibilità degli investimenti. InvestEU li potrà garantire favorendo così l’impiego della enorme massa di risparmio privato oggi parcheggiato a rendimenti negativi (si parla di 15 trilioni di dollari nel mondo) in cerca di occasioni profittevoli e sostenibili di investimento.

Il nostro Paese ha tutta la dotazione normativa e strumentale necessaria a conseguire questo obbiettivo. Manca però una strategia unitaria che orienti le politiche, prima di tutto, per colmare il gap di conoscenza e la capacità di applicazione degli strumenti a livello locale.

Urge una riflessione su chi e come possa svolgere un ruolo di cerniera e accompagnamento per l’implementazione di investimenti complessi e rilevanti nell’ambito delle politiche europee come la rigenerazione urbana, il riuso del patrimonio pubblico e la valorizzazione di quello culturale, i cambiamenti climatici, le infrastrutture sociali, la mobilità.

Nel mio precedente intervento sui PUMS ho già accennato al tema dei fondi per la rigenerazione urbana. Questi costituiscono infatti l’interpretazione più autentica di questa politica di investimenti e, in molti paesi, hanno generato molte esperienze di successo.

Nei prossimi numeri ve ne racconteremo qualcuna.

Tommaso Dal Bosco


29/01/2020
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