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Il rigeneratore urbano tra competenze, artigianato e sfide

Il rigeneratore urbano tra competenze, artigianato e sfide

Negli ultimi anni, il tema delle professioni della rigenerazione urbana e dell’individuazione di profili professionali specifici si è progressivamente imposto come una tra le questioni chiave del dibattito all’interno del settore. Che cosa significa essere un rigeneratore urbano? E cosa significa in particolare oggi, in questa fase storica in cui le risorse destinate alla rigenerazione urbana iniziano a farsi particolarmente consistenti? La conclusione a cui sono giunti alcuni recenti studi è che non esiste (ancora) una risposta univoca. La materia è un magma in divenire e, con essa, lo sono necessariamente le competenze umane, professionali, di leadership che vengono richieste al rigeneratore urbano. Certo è possibile isolarne alcuni tratti comuni (tra i quali l’alta formazione prevalentemente in ambito scientifico, la cross-disciplinarietà delle figure che operano in questo ambito e le categorie professionali di appartenenza), ma il quadro è tutt’altro che definito, coerentemente con la vasta gamma di risposte che seguono alla domanda “cosa fa il rigeneratore urbano?”

Personalmente mi trovo a mio agio con questa conclusione, complice anche la mia esperienza personale. Sono arrivata alla rigenerazione urbana senza un percorso di studi omogeneo, anzi. Mentre studiavo per la laurea specialistica in economia politica, ho cominciato a relazionarmi con il mondo dell’industria culturale attraverso esperienze lavorative maturate nel contesto del sistema dello spettacolo dal vivo della mia regione (le Marche) e, successivamente, tentando di comprendere meglio l’impatto sociale e politico del lavoro culturale, soprattutto all’interno dei quartieri e dei contesti urbani. L’esperienza con il Master in Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale U- RISE dello IUAV di Venezia mi ha consentito di fare ordine in una “cassetta degli attrezzi” apparentemente caotica, fatta essenzialmente di approfondimenti personali attraverso libri e riviste - di trovare, in sintesi, il mio
personalissimo fil rouge. Da allora ho avuto il piacere e l’onore di coordinare diversi progetti di rigenerazione urbana a leva culturale. Si è trattato perlopiù di interventi puntuali, essenzialmente ascrivibili alla riattivazione di comunità di specificiquartieri della mia città o di aree interne appartenenti al cratere del sisma che ha colpito la mia regione nel 2016. Esperienze che mi hanno dato moltissimo
dal punto di vista umano e professionale, e che per la prima volta mi hanno consentito di cogliere con mano il portato trasformativo dell’essere - parafrasando Agostino Riitano - un “artigiano dell’immaginario”, ovvero qualcuno che non accetta l’immaginario acquisito, che vede qualcosa dove altri non vedono nulla. Analizzato con queste lenti, il rigeneratore urbano ha anche una funzione
politica: nel suo decolonizzare l’immaginario pone questioni, apre strade. Parallelamente, queste esperienze hanno anche avuto il merito di mostrarmi i limiti (e i potenziali rischi) di un approccio dal forte imprinting identitario, basato su buona volontà e generosità personale e, al contempo, l’importanza dell’avvicendamento tra i fondatori/ispiratori di un processo di rigenerazione urbana e la generazione successiva. Credo che proprio quest’ultima rappresenti una tra le sfide più importanti oggi, per un settore e un professionista che, seppur ibrido, vanta già diversi anni di attività. Soprattutto se guardiamo ai progetti di rigenerazione sistemica, cioè quella che mira a trasformare in maniera strutturale i contesti in cui opera - che è, in sostanza, la rigenerazione urbana veicolata dal PNRR. Essa richiede infatti competenze tecniche accurate, capacità manageriali e il coraggio di trovare sempre nuovi sguardi, nuovi approcci, nuove metodologie. Insomma, il rigeneratore urbano è colui in grado di “vedere nei luoghi il loro potenziale di indefinizione e meraviglia”, come diceva Renato Nicolini, ma per trasformare questo potenziale in realtà è necessario, oggi più che mai, predisporsi al cambiamento continuo e ​​rimettere costantemente in crisi l’ordinarietà appena raggiunta.


Mara Polloni, Progettista culturale e studiosa di città e rigenerazione urbana 


28/06/2022
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