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L'editoriale del Presidente

L'editoriale del Presidente

È arrivata la pausa estiva. Ci arriviamo senza Governo e senza Parlamento. Con un sacco di programmi (molti dei quali discutibili) in sospeso. Ci si rivede a settembre. Ci si rivede a settembre per pensare a come limitare l’impatto di questa sospensione. Come è noto il rischio agitato dai più riguarda ovviamente il PNRR che deve essere attuato. Costi quel che costi. E, vien da dire, faccia quel che faccia: purché quei maledetti quattrini che servono per limitare l’impatto della recessione a cui rischiamo di andare incontro, vengano spesi. Entrino nel circuito economico.

Ci troviamo quindi in una condizione piuttosto singolare sulla quale non ho sentito fare molte riflessioni: come si passa da una pubblica amministrazione e da un sistema di procedure e controlli che sostanzialmente le impedivano di spendere (a difesa dei conti pubblici) ad una amministrazione che invece è organizzata per fluidificare la spesa. Vien da pensare che il vero lascito del PNRR non sarà tanto un Paese più green, inclusivo ed equo ma, questo sì, un’amministrazione più spendacciona. Senza con questo per forza voler sottintendere che questo sia, di per sé, un male. E allora, in questo quadro, e in una campagna elettorale così compressa, alle forze politiche che in questo torrido agosto hanno già iniziato a confrontarsi per contendersi la vittoria elettorale, cosa chiediamo?

Non dimentichiamo che, tra le cose che la caduta del Governo Draghi si porta via, c’è anche (ce lo ricorda anche Giorgio Santilli sul Sole24ore) il ddl sulla Rigenerazione Urbana che, prendendo spunto dall’ormai leggendario A.S. 1131 e unificati (ben 7) e da altre proposte provenienti dal mondo delle costruzioni e delle professioni il Ministro Giovannini si era impegnato a portare avanti. In questo caso, se volete un po’ cinicamente, diciamo che non tutto il male viene per nuocere. Troppo ideologico e ancora troppo prescrittivo il testo di cui si parla. Questo è il nostro giudizio ribadito più volte in tutte le occasioni pubbliche. Alle forze politiche che si sbracciano a reclamare (ovviamente ciascuna dal suo angolo di visuale), diciamo con una formula un po’ grossolana, “più benessere per tutti”, diciamo di non dimenticare che lo Stato deve rivedere i suoi rapporti con il territorio. È un problema di rappresentanza, certo. Ma non solo di rappresentanza. È necessario comprendere quale ruolo gioca ciascuna parte del territorio nella definizione di una traiettoria di sviluppo dell’intero Paese e una diversa modalità di promozione e supporto a questo ruolo. Quali elementi di strategia ci sono oggi che possano farci intravedere un paese complessivamente più equo, ecologicamente compatibile e più giusto? Il Superbonus? No di certo. Abbiamo visto le distorsioni applicative, la scarsa incidenza sulle emissioni climalteranti (110% anche per passare da classe G a E), l’attitudine a consolidare il valore dove già c’è, la tendenza che ha indotto a sviluppare interventi semplici e compatibili con le tempistiche piuttosto che progetti più ambiziosi e complessi e premiare l’aggregazione. Di tutt’altro e positivo segno mi sembra che ci sia la prospettiva delle comunità energetiche che forniscono un paradigma nuovo e apparentemente molto promettente. Con accenti diversi a seconda che si trovino in contesti urbani o rurali/montani disegnano una nuova consapevolezza del rapporto tra produzione e consumo di energia capace di influire non solo sulle dinamiche ambientali ma anche su quelle sociali e di sviluppo produttivo. Purtroppo, a questo decisivo passo verso il completamento del processo di liberalizzazione del mercato energetico, mancano ancora i decreti applicativi e il timore è che il contesto sia ancora troppo influenzato dalla necessità di proteggere gli interessi dei produttori e distributori tradizionali.

E poi ci sono i Piani per la Mobilità Sostenibile. Soprattutto quelli metropolitani. I piani di questa natura, ispirati prevalentemente alla riduzione della mobilità sistematica basata su un’idea di decentramento delle funzioni urbane e del lavoro, di innervamento di servizi nelle periferie, partono dal problema della mobilità ma, se effettivamente realizzati, finiscono per determinare un miglioramento complessivo della qualità urbana che ha riflessi su molti dei problemi economici, sociali ed ambientali del Paese.

Possiamo pensare di realizzare tutto ciò con lo schemino dei bandi del PNRR intanto che l’inflazione si mangia il doppio del suo valore erodendo dai 1700 miliardi di depositi bancari dei risparmiatori italiani? Lo Stato deve farsi carico di validare un meccanismo di intervento che faccia leva su queste risorse, promuovere la costituzione di veicoli finanziari che possano intervenire sul territorio e realizzare le infrastrutture che gli servono, possibilmente incentivando la partecipazione del risparmio privato. Da un lato per sottrarlo all’inflazione, dall’altro per creare un meccanismo partecipativo e generativo allo sviluppo sostenibile del Paese. Questo è un nuovo modo di concepire i rapporti tra Stato e territorio e noi riteniamo che sia urgente prenderlo in considerazione prima e con più serietà di quanto non sia necessario spendere velocemente e a tutti i costi i fondi del PNRR.


 


02/08/2022
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