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Le sfide urbane prima e dopo il Covid-19. Il cosa ma soprattutto il come

Le sfide urbane prima e dopo il Covid-19. Il cosa ma soprattutto il come

Ricordate le domande sul futuro della rigenerazione urbana con cui chiudevo l’editoriale dello scorso numero di AUDIS Notizie? Altrimenti le potete rivedere qui.

Ecco, le abbiamo poste ai soci di AUDIS e ad un numero allargato, diciamo così, di fiancheggiatori nel percorso strutturato che vi avevo annunciato. Il programma era articolato in due seminari. Uno, il primo, dedicato al cosa fare. E uno al come farlo.

È noto che siamo tutti molto più appassionati al cosa.

Ma il cosa, senza il come, nella migliore delle ipotesi resta un affascinante approfondimento intellettuale, nella peggiore uno sterile esercizio onanistico.

Per questo abbiamo voluto dare la stessa importanza a entrambi.

Proprio qualche giorno fa, il 25 maggio, abbiamo tenuto il secondo seminario.

Troppo presto per trarre conclusioni definitive. Abbiamo ancora del lavoro da fare. Le osservazioni sollevate dai soci e dagli amici che abbiamo voluto sentire sono state tante ma abbiamo in animo di incrociarle anche con alcune interviste mirate a operatori e osservatori leader. Ci sarà tempo per darne conto in modo serio ed approfondito.

Però qualche prima sensazione che voglio condividere con voi lettori c’è. L’ho già fatto anche nel corso del seminario.

La prima osservazione è che i problemi sul tavolo, anche dopo la traumatica esperienza di Covid 19, sono sempre gli stessi.

Spazio pubblico, casa, servizi, mobilità, ambiente, aree dismesse.

Alcuni temi sono sempre presenti, ma vengono sollevati con molta prudenza. Tutti i co ad esempio (co-working, co-housing, co-living) che, in tempi di distanziamento sociale improvvisamente, pur restando socialmente desiderabili (e forse anche necessari), non sono più capaci di far intravedere le soluzioni tecniche in grado di dare le necessarie garanzie di profilassi.

È il caso anche della densificazione. Se ne parla ancora ma ormai, nell’unica accezione ambientalista in contrasto al consumo di suolo, rappresenta più la frontiera della decrescita che un’idea innovativa di città che massimizza il suo potenziale relazionale e generativo.

Viene da dire che forse prima usavamo queste parole un po’ superficialmente senza preoccuparci della loro declinazione pratica (il come appunto).

Ora, se come sembra confermiamo queste tematiche ai vertici della nostra agenda, dovremo confrontarci davvero sul come.

Su questo, ma si tratta ancora (lo devo sottolineare) di una mia personale percezione, ho notato una certa timidezza. Quasi che l’attesa per la deflagrazione della crisi economica e sociale che tutti si attendono, consigli una postura prudente, poco incline alle soluzioni creative e al rischio.

Prevalgono infatti i richiami al piccolo, al micro, alle esperienze locali di comunità, di recupero valoriale e di coesione come basi fondative di una nuova e diversa ripartenza.   

Tutte cose che mi trovano d’accordissimo, che devono essere incoraggiate e valorizzate ma che, per loro natura, non si prestano a diventare policy perché funzionano su base volontaria, spontanea, rifiutano quindi, giustamente, la normalizzazione. E i loro fattori critici di successo sono spesso difficilmente identificabili e codificabili.

Io penso che noi dobbiamo avere per forza, per missione, un’altra ambizione. Dobbiamo fare un salto di scala.

Abbiamo detto che, usciti da Covid 19 avremo le stesse città di prima e qualche problema in più da risolvere. Ma molti meno soldi per farlo.

È possibile che molti si stiano illudendo e pensino che, ora con i cordoni della borsa allargati (fine di Maastricht e dei vincoli internazionali al bilancio), potremo fare spesa e realizzare gli investimenti di cui abbiamo bisogno.

Ecco, io credo che faremmo molto meglio a impegnare quei soldi (che comunque aggraveranno la nostra già difficile posizione debitoria) per soccorrere chi (e saranno tanti) ne avrà più bisogno, perché avrà perso il lavoro o, la sua attività, non potrà riprendere con i ritmi produttivi di prima (penso ai bar, ai ristoranti, agli alberghi, ai teatri, ai cinema, agli stabilimenti balneari, i parchi tematici, ma chissà quanti altri ne dimentico).

E gli investimenti farli con le uniche due leve veramente potenti che abbiamo già ora a disposizione: gli incentivi energetici (arrivati al 110% con il DL Rilancio) e il risparmio privato. Quest’ultimo, in Italia già altissimo è cresciuto di 20 miliardi nel solo mese di marzo più del 50% della crescita di tutta l’Eurozona giace per una gran parte in depositi bancari a interessi negativi.

In entrambi i casi si tratta di creare le condizioni per estrarre valore pubblico da risorse private.

Il 110% dei fondi, per quanto significhi la copertura dell’intero costo dell’intervento di riqualificazione, richiede comunque, per essere praticato su larga scala, condizioni di aggregazione di una domanda minuta spesso disincentivata dalle difficoltà burocratiche e finanziarie e, talvolta, dallo scarso interesse a valorizzare i propri beni (anziani). A questo va aggiunta la necessità di elaborare una strumentazione in grado al tempo stesso di assicurare regia pubblica per la promozione degli interventi e per presidiarne la qualità.

Anche creare le condizioni di impiego per il risparmio privato richiede essenzialmente la capacità di innescare e condurre processi di aggregazione sociale e territoriale. Anche in questo caso, infatti, le dimensioni di scala sono un fattore critico fondamentale su cui in queste pagine siamo già intervenuti e torneremo in un prossimo futuro a farlo.

Come si vede, entrambe queste leve presuppongono molto del know how maturato nelle micro operazioni di “agopuntura urbana” e di azione sociale partecipata di cui abbiamo parlato. Ma, il driver, non sarà tanto la soluzione dei problemi dell’isolato o del quartiere per l’innesco di una strategia incrementale (che continuerà comunque a funzionare per conto suo) quanto, piuttosto, il raggiungimento della massa critica necessaria a produrre quanto più valore pubblico possibile.

Se non faremo così ma, piuttosto, coltiveremo l’illusione di poter fare tutto (o poco di tutto) con quei soldi, incorreremo irrimediabilmente in una sindrome che è il sogno della peggiore politica: quella della coperta corta. Condizione che, evidentemente, esalta il potere di intermediare le risorse grazie all’esercizio del potere di effettuare le scelte allocative.

Meglio preoccuparsi dei deboli e pensare a soluzioni alternative e disintermediate dallo Stato per gli investimenti.

Tommaso Dal Bosco

 


27/05/2020 editoriale
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