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Un nuovo rapporto con il territorio per cambiare il Paese

Un nuovo rapporto con il territorio per cambiare il Paese

Lo scorso mese abbiamo affrontato il tema del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Lo abbiamo criticato per l’impostazione che ne tradisce una inclinazione a voler fare bene il compitino retorico dicendo le cose che ci sono da fare senza dire però come farle.

Mi piace recuperare questo gioco di parole che abbiamo utilizzato in AUDIS ormai quasi un anno fa nella riflessione fatta sul futuro delle città nel dopo Covid.

In realtà come sempre, sul “cosa sono d’accordo quasi tutti tranne negazionisti e terrapiattisti. Sul “come invece si finisce per litigare e si capisce che è qui che si rivela la vera differenza anche di ispirazione politica del “fare”.

Al come, da questo punto di vista, appartengono due questioni a mio avviso di grandissimo interesse che però, ad essere ottimisti potrebbero essere recuperate nella dimensione attuativa del Piano.

Le questioni in ballo sono quella del rapporto con il territorio e quella del rapporto tra la finanza pubblica e quella privata.

Nemmeno con il repentino cambio di governo che, quando abbiamo pubblicato la nostra riflessione sul PNRR non era ancora nato, sembra che questi problemi siano stati affrontati. Non una parola, infatti, nel discorso per la fiducia del neopresidente Draghi è stata dedicata ai territori, alla montagna, alle città, alle aree rurali e interne. Direi alla parte “fisica” del Paese. E anche nel passaggio sull’apporto dei privati alla ripresa è stato evocato in termini di apporto di competenze e innovazione ma non di finanza.  

Il rapporto con il territorio è una questione davvero centrale perché già si sentono levare le voci sul rischio che gli enti locali, responsabili di una parte molto rilevante della spesa per investimenti, non sarebbero capaci di garantirla negli strettissimi tempi a cui il Piano ci vincola. Il mantra è il solito: troppi, troppo piccoli e impoveriti di personale e competenze. Nessuno che dica che da anni ormai i trasferimenti straordinari fatti ai comuni per gli investimenti si basano su formule di accesso e di rendicontazione assurde e, naturalmente, uguali per tutti.

Continuiamo a nascondere l’incapacità delle strutture amministrative centrali del Paese di esercitare discrezionalmente le proprie scelte di investimento dietro procedure automatiche a garanzia di trasparenza ed equità nella distribuzione. Un meccanismo asettico e deresponsabilizzante che impedisce di valorizzare il potenziale generativo dei territori che richiederebbe, invece, un approccio collaborativo e flessibile che non si riesce ad instaurare.

Così succede che per partecipare al più importante bando del momento vedi piovere richieste di chiarimento talvolta al limite dell’assurdo ma che tradiscono in realtà il terrore di restare tagliati fuori per una virgola sbagliata o per un pugno di abitanti in meno.

L’altra questione, quella della finanza privata non è meno importante. Ormai non c’è iniziativa di investimento pubblico che non riservi una premialità per chi riesca ad associare risorse pubbliche a quelle private in un’ottica di effetto moltiplicatore. Ma, invariabilmente, lo schema proposto è di una tale rigidità che, di fatto, se uno non ha una procedura casualmente già avviata e adattabile in quel momento, nei tempi previsti non riesce ad avviare un percorso di selezione di una proposta privata per sviluppare il progetto.

Nonostante i numerosi tentativi di uscire da questa gabbia, alla fine lo schema resta sempre quello del finanziamento dell’opera pubblica a piè di lista. Anche quando questa viene poi spacciata, per vezzo, rigenerazione urbana.

Il bisogno che abbiamo di far leva da un lato sul fabbisogno e sulle potenzialità del territorio e, dall’altro, sulla finanza privata dovrebbe farci capire che un grande impegno dovrebbe essere dedicato alla soluzione di questi due nodi attraverso una riforma che, avrà anche bisogno di qualche norma di accompagnamento ma che, soprattutto, si gioca sul modo in cui le risorse scarse (Draghi) per la ripresa e la resilienza del Paese vengono messe in palio per il suo sviluppo.

Il Next Generation EU, ci hanno spiegato, non è un Fondo ma una Facility. Termine che non ha un preciso corrispondente italiano ma che, in sostanza, significa che l’Europa non ci rimborserà spese fatte ma obiettivi raggiunti.

Se il Paese dovrà essere diverso (e possibilmente migliore) alla fine di questa cura, sarà meglio che questi due problemi si decida ad affrontarli.

Tommaso Dal Bosco


24/02/2021 editoriale
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