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Bonus e incentivi, senza il valore collettivo resta la speculazione

Bonus e incentivi, senza il valore collettivo resta la speculazione

L'editoriale del Presidente di AUDIS Tommaso Dal Bosco

In questo numero della nostra newsletter, ospitiamo un commento conclusivo di Federico della Puppa sul Superbonus.
Non anticipo ovviamente i suoi contenuti ma, dopo averlo letto, non ho potuto fare a meno di andare a rivedere il lavoro che completammo ormai quasi 4 anni fa come Audis con il supporto di Eni, Enel e Snam, su possibili, auspicabili strategie di applicazione non del superbonus bensì dei suoi genitori, eco e sisma bonus e dei primi provvedimenti che permettevano la cessione dei crediti di imposta che essi generavano.

In pratica, da alcuni presupposti di sostanza connessi a questo sistema di incentivi –primo fra tutti il riferimento ai prezziari regionali che, allora, prima dell’ondata speculativa determinata dal superbonus che ha fatto lievitare i prezzi, erano particolarmente generosi- avevamo ipotizzato che la loro applicazione coordinata e su larga scala avrebbe potuto dar luogo alla riqualificazione di intere porzioni di città, di piccoli paesi montani o del patrimonio di edilizia popolare.
Sugli esiti di questa vicenda e quello che potemmo imparare analizzando i modelli di business delle società partner del progetto, vi rinvio al rapporto finale pubblicato che trovate qui.

Ma tra le tante occasioni perse di questo complesso sistema di incentivi ve n’è una che mi sta particolarmente a cuore e che vi voglio qui accennare prima di farvi leggere le interessanti conclusioni di carattere generale che fa Della Puppa. 
Eravamo in un altro mondo.

Quando questo progetto cominciò a prendere corpo nelle relazioni con i partner che lo hanno sostenuto, eravamo molto distanti dall’idea che un virus potesse bloccare il Paese come ha fatto il Covid ma, il problema di come finanziare la transizione green delle nostre città, ci era già molto chiaro.
Gli incentivi denominati eco e sisma bonus erano in quel momento gli unici strumenti per aiutare le famiglie a migliorare le proprie condizioni abitative dal punto di vista delle prestazioni energetiche e strutturali, del confort e, ovviamente e forse soprattutto, in prospettiva quello dei costi di gestione.

Il problema che ci ponemmo fu quello di affidare un ruolo ai Comuni affinché promuovessero e coordinassero le attività di aggregazione della domanda con l’obiettivo di facilitare una fruizione ampia degli incentivi ma, nel contempo, di ricavarne anche un valore collettivo di miglioramento della qualità urbana.
Era infatti chiaro che un’attuazione affidata all’iniziativa individuale dei beneficiari avrebbe favorito il consolidamento del valore dove era già presente e favorito le fasce di popolazione più preparate e avvertite. 

Così, oltre ad operare per assicurare con nuove o rinnovate infrastrutture un miglioramento e valorizzazione del patrimonio immobiliare, nonché della qualità dell’aria grazie alla diminuzione dei consumi (che si riflette in un più elevato grado di sicurezza igienico sanitaria generalizzata nelle nostre città), decidemmo che si trattava anche di realizzare un imponente programma di lavori per sostenere la ripresa economica, industriale e occupazionale del Paese che aveva però bisogno di un coordinamento a livello del territorio.
Chi erano gli attori che avrebbero potuto assicurare una attuazione in linea con una strategia di questa natura?

La formula della cedibilità degli incentivi oltre ad incoraggiarne l’utilizzo limitando l’impatto finanziario sui beneficiari finali, ha finito per favorire l’ingresso di operatori nuovi nel settore. Ci riferiamo soprattutto alle utilities del settore energia fortemente ingaggiate sui temi del green deal. È infatti del tutto evidente che, il quadro incentivante che si era consolidato, permetteva di far leva sulle loro grandi capacità finanziarie e fiscali ma, soprattutto, tecnologiche e industriali, trasformandole potenzialmente in pivot di operazioni importanti con risvolti oltre che economici, anche sociali, ambientali e di innovazione industriale. Senza contare che sono tutte, o quasi, a partecipazione statale o comunale e, quindi, potenzialmente indirizzabili verso l’attuazione di obiettivi di interesse pubblico.

Un'operazione resa possibile sul piano economico finanziario dalla legge, ma carente rispetto al ruolo potenziale delle amministrazioni locali e, in particolare, dei comuni che, nonostante i vari PAES e PAESC, sono rimasti spettatori passivi del più imponente piano di riqualificazione, di tanti singoli edifici, senza alcuna possibilità di orientarla a produrre valore collettivo.

E infatti quasi tutte le utilities energetiche vi si cimentarono ma non in modo coordinato né animate da una strategia di sostenibilità.
Piuttosto con obiettivi di natura speculativa.
Peraltro, l’impossibilità di applicare la logica ESCo agli interventi (o la difficoltà a farlo) depotenziava molto il loro possibile contributo.

Le grandi utilities che operano in Italia, specie quelle di matrice pubblica, sono un patrimonio di straordinaria importanza. Purtroppo, negli anni, ci siamo ostinati a contarle, a contarne gli amministratori e a mettere un argine ai loro stipendi invece di fare una riflessione strategica su quanto possano fare per il Paese.
Ecco un’altra delle occasioni perse per valorizzarne il ruolo.

 

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Foto di micheile henderson su Unsplash


31/01/2024
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