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Le ambizioni della rigenerazione urbana

Le ambizioni della rigenerazione urbana

L'editoriale del Presidente di AUDIS Tommaso Dal Bosco
Il successo di partecipazione al festival della rigenerazione urbana terminato ieri a Roma e opportunamente sottotitolato “Le città in scena” testimonia, se ancora ce ne fosse bisogno, che il tema continua a fare cassetta.
La rigenerazione urbana è uno dei temi più frequentati a livello di convegnistica e pubblicistica nazionale. L’evento romano è stato straordinariamente partecipato soprattutto dalle città medie capoluoghi di provincia, ma non solo, che hanno dimostrato una grande vitalità figlia di un bisogno disperato di cambiare.
Cambiare per accompagnare o, in qualche caso, contrastare o ammortizzare le trasformazioni sociali che il tempo ha determinato e che si stanno purtroppo esprimendo soprattutto in termini di allargamento delle disuguaglianze sociali.
I principali bisogni, i più impellenti, sono quelli dell’abitare, del lavoro, dell’istruzione, della cura e della mobilità.
Quest’ultimo può essere considerato un corollario di tutti i precedenti che infatti vi sono collegati, sia in termini individuali, dal punto di vista del singolo cittadino che li deve affrontare per sé o per la propria famiglia, sia in termini collettivi, dal punto di vista della complessiva vivibilità della città e dell'amministrazione che deve porvi rimedio.
Scusate la banalità dell’elenco ma è così. Le priorità continuano ad essere queste.

Le politiche dell’abitare per decenni centrate sulla casa di proprietà, al netto delle gravi esternalità che hanno determinato (scarsa offerta in affitto, difficoltà alla riqualificazione, consumo di suolo, immobilizzazione della ricchezza) oggi non permettono di indirizzare l’offerta in modo più flessibile per assecondare i bisogni delle nuove generazioni e continuano a proporre “mutui per giovani coppie” (mentre il singolo, quello no).
Il lavoro evoluto ormai dal terziario avanzato al quaternario continua a determinare la medesima mobilità ed impatto sui trasporti che aveva quando le persone erano maggioritariamente incatenate alle linee della manifattura.
L’istruzione, da quella primaria e quella universitaria, al netto dei problemi di adeguamento quantitativo e qualitativo della didattica, soffre degli ormai atavici problemi dell’edilizia scolastica ma anche della mancanza di moderni servizi per gli studenti sia residenti che fuori sede, mancando di strutture pubbliche.
Per quanto attiene alla cura, inutile ricordare quanto l’invecchiamento della popolazione faccia emergere la necessità di una articolazione territoriale di servizi che aiutino sia gli anziani e i fragili che i loro familiari ad assisterli, mentre il nostro sistema è sempre più in sofferenza anche per quanto attiene al mantenimento delle (inadeguate) strutture tradizionali.
E la mobilità fatta di politiche concentrate a far muovere sempre più persone ad un costo unitario il più basso e nelle migliori condizioni di confort, quando invece bisognerebbe operare per diminuire la necessità di spostarsi per ottenere soddisfazione ai propri bisogni primari attraverso il decentramento dei servizi e il miglioramento delle condizioni di vivibilità delle periferie.

Tutti questi problemi richiedono soluzioni innovative basate su una governance complessa mentre, nella grande maggioranza dei casi, le nostre città tendono ad affrontarli costringendoli da un lato dentro i propri angusti confini amministrativi, dall’altro con competenze e procedure non più adatte a rispondere con la necessaria flessibilità e tempestività.
E poi c’è il problema del denaro: le risorse che servono per le infrastrutture e per farle funzionare (i servizi): CAPEX e OPEX per dirla con il linguaggio dei consulenti.
Ho spesso denunciato da queste pagine che la filiera della spesa pubblica tutta incentrata su una programmazione top down, dal centro alla periferia, e sull’offerta di capitali con la logica “a pioggia” o “a bando” non funziona più.
Distribuisce risorse in base a criteri di natura statistica, non è in grado di selezionare in base a specificità e opportunità, è formalistica, lenta e macchinosa e, non di rado, premia i più furbi, i più veloci e i meno bisognosi.
Ma la cosa più grave è che valorizza l’intermediazione di fondi pubblici consolidando filiere politiche opportunistiche mentre, invece, non valorizza le risorse e le competenze imprenditoriali locali (in senso lato, anche politiche) -che spesso conoscono meglio il problema e saprebbero come affrontarlo- trattandole come terminali stupidi per l’attuazione di obiettivi e procedure pensati altrove e definiti nelle regole di assegnazione delle risorse.
Il PPP è una soluzione ma gli vengono spesso attribuite virtù taumaturgiche che non ha in sé e che dipendono, piuttosto, dal modo in cui viene applicato.

Soprattutto, le tante interessanti soluzioni sperimentate con il PPP, l’istituto della concessione e le sue diverse varianti, con la co-programmazione, la co-progettazione, il coinvolgimento degli enti del terzo settore ecc., se da un lato hanno il pregio di accedere a una concezione di governance complessa che richiede la collaborazione tra molti attori chiave, dall’altro sembrano inchiodate sul "micro". 
La dimensione urbana è quella dell'isolato o tutt'al più del quartiere.
Quella finanziaria, delle centinaia di migliaia o di pochi milioni di euro. 
Manca totalmente l’idea di un approccio territoriale che è la dimensione alla cui scala si sviluppano i fenomeni che costituiscono i principali problemi del cittadino, quelli, di cui si discute e di cui le città dovrebbero farsi carico.
Non parliamo delle soluzioni che propone la politica per cui la “rigenerazione” (ormai la locuzione è talmente abusata da potersi limitare a richiamarla così) è solo semplificazione per la sostituzione edilizia.
Sembra, da questo punto di vista, che la rigenerazione urbana abbia rinunciato alle vere grandi trasformazioni di cui ci sarebbe bisogno.
Ma forse non è la rigenerazione urbana. Sono i suoi praticanti a dover recuperare questa ambizione.

 

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Foto di Massimo Virgilio su Unsplash


18/12/2023
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