L'editoriale del Presidente Tommaso Dal Bosco
Questo mese non me la sento di scrivere il solito editoriale. Non me la sento di continuare a ragionare soltanto di programmi, strumenti, procedure, governance, incentivi, prassi amministrative e distorsioni dell’asfittico contesto italiano, come se bastasse correggere qualche imperfezione del sistema per rimettere le cose in ordine.
Non me la sento perché nel mondo stanno accadendo cose che, fino a poco tempo fa, non avremmo pensato di vedere in questa forma, con questa intensità e con questa brutalità. E ciò che più colpisce non è solo il moltiplicarsi dei conflitti, la normalizzazione della guerra, il ritorno della forza come linguaggio politico. È il fatto che tutto questo stia mettendo a nudo i fondamenti fragili, e in parte falsi, di ciò in cui per decenni abbiamo ciecamente creduto. Per troppo tempo l’Occidente ha preteso di rappresentare la parte migliore del mondo: il custode della libertà, della democrazia, dei diritti, della pace, della cooperazione tra i popoli. Oggi quella pretesa si incrina sotto il peso delle sue contraddizioni e appare, almeno in parte, per quello che è stata: una narrazione autoassolutoria, utile a coprire un ordine economico e geopolitico che, mentre parlava di emancipazione, ha prodotto dipendenze; mentre parlava di sviluppo, ha organizzato gerarchie; mentre parlava di apertura, ha consolidato rapporti di dominio.
Non siamo davanti a una semplice crisi di leadership. Si sta disvelando il volto predatorio del capitalismo neoliberista che non ha affatto arricchito il mondo nel suo insieme, ma ne ha polarizzato la ricchezza in misura ormai intollerabile. Non basta più dire, con il consueto linguaggio anestetico, che ci troviamo davanti a disuguaglianze “insostenibili”. La verità è che siamo arrivati a un grado di polarizzazione insopportabile, offensivo della dignità umana e corrosivo della convivenza democratica. Tra sfruttatori e sfruttati, tra centri e margini, tra chi possiede le infrastrutture del comando e chi è ridotto a subirle, il fossato si è allargato fino a diventare un principio ordinatore del sistema.
Se questo è vero, allora anche il nostro piccolo campo di riflessione deve cambiare tono e scala. Non possiamo continuare a parlare di rigenerazione urbana, di housing, di sostenibilità e di qualità urbana usando le stesse categorie di ieri, come se il problema fosse soltanto correggere alcune distorsioni fisiologiche del mercato. Non è così. Il problema riguarda il ruolo stesso del capitale, il modo in cui produce spazio, distribuisce opportunità, organizza la conoscenza, seleziona i luoghi che meritano investimento e quelli che possono essere lasciati indietro.
Per troppo tempo abbiamo ragionato come se il mercato fosse l’orizzonte inevitabile e la politica il luogo in cui attenuarne gli eccessi. Ma oggi questa postura non basta più. Perché mentre noi correggevamo gli effetti, il meccanismo continuava a scavare sotto i piedi della società. Ha svuotato le periferie, impoverito il lavoro, reso la casa una leva estrattiva, ridotto la città a piattaforma di rendita, trasformato il territorio in supporto passivo di flussi decisi altrove.
Per questo penso che oggi serva un salto di qualità anche nella comunicazione della nostra piccola comunità, quella di AUDIS. Non per inseguire toni apocalittici, ma per onestà intellettuale. Dobbiamo riconoscere che la rigenerazione urbana, se vuole continuare a significare qualcosa, non può più essere pensata come un semplice dispositivo tecnico di miglioramento urbano dentro un quadro dato. Deve diventare, più apertamente, una critica del quadro. Deve interrogare i fondamenti del modello che ha prodotto la frattura tra luoghi forti e luoghi deboli, tra chi concentra valore e chi lo genera senza trattenerlo.
In questo senso bisogna affermarlo con chiarezza: rigenerazione urbana significa innanzitutto rigenerazione delle periferie. E, periferie, non vuol dire soltanto quartieri marginali delle grandi città. Vuol dire tutti i territori che il paradigma dominante considera residuali: le conurbazioni anonime, le città medie indebolite, le aree interne, i distretti produttivi senza infrastrutture cognitive, i luoghi che producono lavoro, beni, export, competenze diffuse, ma non accumulano potere. Sono questi i territori in cui oggi si misura la credibilità di qualunque discorso sulla giustizia spaziale.
Molti problemi che i governi continuano a trattare come settoriali sono in realtà territoriali. La fragilità delle PMI è territoriale. Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro qualificato è territoriale. La crisi demografica è territoriale. La povertà educativa è territoriale. La bassa produttività è territoriale. Non è la scuola, da sola, a produrre competenze. Non è l’impresa, da sola, a produrre sviluppo. È l’insieme del contesto: servizi, legami, cultura, mobilità, spazio pubblico, densità relazionale, accesso alla conoscenza.
Su questo terreno, peraltro, avevamo già cominciato a inoculare una domanda nel precedente editoriale. Avevamo scritto che l’infrastruttura che alimenta l’intelligenza artificiale non può essere pensata come un tema laterale rispetto alla città; che lasciarne al mercato la distribuzione significa accettare che sia il mercato a decidere dove si accumula capacità, dove si formano competenze, dove si consolidano dati affidabili e dove invece restano vuoti cognitivi. In altri termini: avevamo già intuito che la geografia dell’intelligenza conta quanto l’intelligenza stessa.
Oggi quella intuizione non può più restare sullo sfondo. Perché l’intelligenza artificiale non è una moda, ma un nuovo crinale della questione democratica. Se il territorio e le periferie subiranno anche in questo campo la protervia del mercato, se l’architettura distributiva delle infrastrutture computazionali sarà lasciata alle sole convenienze del capitale globale, allora la forbice si allargherà ancora, e forse irrimediabilmente. Specie per un’economia fragile come quella italiana.
Il punto è semplice. Oggi il capitale internazionale concentra data center, capacità di calcolo, competenze, ricerca e potere di addestramento nei grandi poli metropolitani. Alle periferie resta il ruolo passivo di consumatori di servizi, fornitori di dati, pagatori di abbonamenti, utenti di modelli costruiti altrove. Ciò che ieri era segregazione socio-territoriale rischia di trasformarsi in subordinazione cognitiva: una condizione nella quale interi territori non solo perdono reddito, servizi e abitanti, ma perdono anche la possibilità di comprendere, orientare e governare il proprio futuro.
Per questo consegnare l’AI alla società civile territoriale, alle comunità locali, alle istituzioni prossime, ai sistemi produttivi diffusi, non è una questione tecnica. È un atto politico. Significa impedire che l’intelligenza diventi un monopolio di fatto. Significa trattenere i dati dove vengono prodotti, costruire capacità distribuita, immaginare infrastrutture computazionali al servizio dei luoghi e non soltanto dei mercati più solvibili. Significa difendere la libertà e la democrazia nel punto in cui oggi stanno per essere ridefinite senza vero dibattito pubblico: quello dell’infrastruttura cognitiva.
Ecco perché non basta più parlare di rigenerazione urbana come se si trattasse di un capitolo specialistico delle politiche pubbliche. Oggi rigenerare significa opporsi a un ordine che organizza l’estrazione del valore dai territori, dalle relazioni, dai dati, perfino dall’intelligenza. Significa rifondare il rapporto tra capitale e società, tra innovazione e giustizia, tra tecnologia e democrazia. Significa, in definitiva, restituire ai luoghi deboli il diritto non solo a sopravvivere, ma a contare.
Se non avremo il coraggio di fare questo salto, anche le parole che amiamo di più —rigenerazione, sostenibilità, inclusione, innovazione— rischieranno di diventare semplici formule decorative. Utili a rendere più accettabile un mondo che si sta facendo ogni giorno più ingiusto. E più pericoloso.
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Foto di Jasper su Unsplash