Ricordo di Gabriele Basilico
Trovo difficile parlare del fotografo Gabriele Basilico usando come verbo il passato.
È morto ieri (13 febbraio) nel primo pomeriggio, sapevo che era malato da oltre un anno, ma non che il tempo lo avrebbe tolto alla vita ed ai suoi affetti in modo così celere.
Quando ieri pomeriggio, aperta la mia pagina di facebook, la ho vista invasa da sue immagini ho provato una forte emozione… avevo capito cosa era successo.
Cercherò con queste righe di narrare la sua vita di fotografo dei luoghi, di quelle realtà urbane pensate solo come contenitori industriali, quelle periferie brutte e tristi a cui lui ha dedicato gran parte dei suoi studi e della sua ricerca.
Ed a proposito di questo dice in una sua intervista: “Guardare in un modo discreto ed accettabile, lasciando spazio alla possibilità di dialogo equivale secondo me un po’ a restituire ai luoghi una bellezza che forse non hanno mai avuto”. E Basilico quella “bellezza mai avuta” è riuscito a restituirla insieme alla dignità che ogni luogo del vivere e del lavorare degli uomini, anche il più lontano dallo sfavillio e dalla ricchezza del centro cittadino, merita di vedersi riconosciuto.
Gabriele Basilico nasce a Milano nel 1944. Studia architettura al Politecnico del capoluogo lombardo tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ’70.
In Facoltà, ricorda, si era coinvolti da mattina a sera in attività che avevano a che fare più con il cambiamento sociale e politico che attraversava la società e di cui eravamo testimoni e protagonisti, che allo studio dell’architettura. Sono gli stessi anni in cui comprende come la fotografia, a cui si era già avvicinato, fosse uno strumento di grande potenza, proprio per la sua capacità di documentare per immagini i cambiamenti in corso e lasciarne testimonianza visiva. Di quel periodo celebre il suo reportage del festival dei giovani proletari al Parco Lambro di Milano. Immagini di un giovane fotografo, nelle quali scorgiamo il talento del Basilico che da li a poco sarebbe divenuto un nome internazionalmente riconosciuto e amato.
Seguiva i grandi fotografi del reportage dell’epoca, nomi legati alla Magnum, l’agenzia fotografica fondata nel 1947 da Henry Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour, George Rodger, Maria Eisner e Rita Vandivert. Ma il genere del reportage non lo appassionò più di tanto, rimase per lui un primo approccio alla fotografia che abbandonò quasi subito.
Fu il lavoro di due coniugi tedesci, Bernd e Hilla Becher ad attrarre Gabriele Basilico verso una forma nuova (per quel tempo) di fotografia: la ripresa in serie di vecchi edifici industriali ormai in disuso. Dallo stile piatto, con orizzonti bassi e il cielo quasi bianco, le fotografie di queste architetture innescarono nel fotografo milanese l’idea che si potesse sperimentare quel metodo ampliandolo e ritraendo non solo la fabbrica ma anche quello che gravita intorno ad essa: il tessuto urbano.
Nella visione di Gabriele Basilico il soggetto è la città, apparentemente statica, senza figure umane ma pregna di se stessa e capace di raccontare la sua storia.
1982: Ritratti di fabbriche (Sugarco), è il lavoro che da una svolta alla sua attività e alla sua ricerca. Ricerca, quella sulle realtà urbane, che non avrebbe mai più lasciato. Il volume mette a frutto un lavoro cominciato sul finire degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 che ritrae edifici industriali dismessi o ancora in attività nell’area industriale milanese. Una serie di fotografie di esterni, in cui Gabriele Basilico riesce a sperimentare in assoluta libertà un linguaggio nuovo scevro da condizionamenti ideologici. Ritratti di fabbriche fu anche una mostra prestigiosa presentata al PAC (Padiglione Arti Contemporanee) di Milano nel 1983.
Il rilievo e la portata di questo lavoro lo portarono ad una notorietà che valica i confini nazionali nel 1984 con la chiamata dell’allora governo francese per quel grande progetto fotografico denominato Mission photografique de la Datar. La Datar (Délégation à l’Aménegement du Territoire et à l’Action Régionale) è l’agenzia statale francese che si occupa di pianificare, o meglio di progettare il futuro del paese sul piano dell’economia territoriale, urbana ed agricola. Un incarico prestigioso che lo porta insieme ad altri nomi della fotografia mondiale a ritrarre la mutazione del paesaggio francese negli anni ’80. Basilico, unico fotografo italiano chiamato, da vita ad un viaggio fotografico che lo porterà a conoscere e ritrarre delle vedute di tutto ciò che si colloca tra terra e mare rispetto alla geografia del paese. Il suo contributo a “la Mission” è esposto nella grande collettiva a Parigi nel Palais de Tokyo (1985).
Due anni intensi di lavoro e di chilometri macinati sul periplo delle coste e dei porti della Francia del nord che daranno in seguito vita ad un libro intitolato “Bord de mer” edito nel 1990 per Dalai Editore. Questo lavoro porta il fotografo ad un diverso confronto con lo spazio che muta il suo modo di pensare la fotografia, e il suo sguardo, prima veloce e legato ad una fotografia più immediata (ma sempre ragionata) migra dalla classica reflex verso il grande formato, utilizzando fotocamere più pesanti e montate su cavalletto. La “lentezza dello sguardo” come amava definire questo suo “nuovo” approccio alla visone conferisce alla sua produzione un cifra stilistica che lo rende autore riconoscibile e riconosciuto a livello mondiale.
Nel 1991 Basilico, insieme ad altri nomi della fotografia internazionale (Robert Frank, Renè Burri, Josef Koudelka, Rymond Depardon, Fouad Elkoury), riceve l’incarico di fotografare Beirut all’indomani della guerra civile. La commessa arriva da parte della fondazione di Rafik Hariri (ex primo ministro del Libano scomparso nel 2005 in seguito ad un attentato) su un progetto della scrittrice libanese Dominique Eddè.
Il confronto tra il fotografo e la città martoriata dalla guerra, dall’operare all’interno di quel tessuto cicatriziale formato da scheletri di architetture dà vita ad uno dei lavori più importanti nella carriera di Gabriele Basilico.
Opera considerata “cult” dalla critica internazionale viene data alle stampe nel 1994 in un libro dal titolo Basilico Beyrouth e viene tutt’oggi riproposta in mostre in Italia e nel mondo.
Dagli Stati Uniti arriva la chiamata nel recente 2007 su invito del Dipartimento di Fotografia del San Francisco Museum of Modern Art. Ne scaturiscono 600 fotografie in formato 10x12 nelle quali Gabriele si misura, dopo i lavori europei, con i grandi spazi americani. Un’opera sulla continua trasformazione del paesaggio in cui gli spostamenti avvengono muovendosi in direzione sud, setacciando il territorio, scomponendolo per poi ricomporlo nella sequenza delle sue inquadrature in un discorso artistico lineare che lega le diverse identità territoriali fotografate individuando in quella continua mutazione della scena il file rouge di questa produzione.
Nel 2007 questa esperienza americana diventa un libro intitolato Silicon Valley 07 (edito da Skyra)
Basilico ha fotografato le città del mondo, ma solo una, la sua Milano, è stata in un certo senso musa ispiratrice e laboratorio di idee nel quale ha potuto formarsi creando il suo metodo di lavoro. Da Milano Gabriele Baasilico è partito per un viaggio fotografico che lo ha portato ad essere uno dei più grandi fotografi internazionali dei nostri tempi.
In chiusura non posso esimermi dal dirti grazie, perché sei stato e sei un punto di riferimento per tanti di noi che guardano il mondo attraverso il mirino di una macchina fotografica.
Grazie Gabriele per quello che sei stato e per quello che ci hai lasciato che nessuna morte potrà portarci via.
28/02/2013