L'editoriale del Presidente Tommaso Dal Bosco
Nel dibattito sulla rigenerazione urbana è diventato quasi inevitabile iniziare da qui: complessità della realtà, società “liquida”, bisogni più mobili, popolazioni che cambiano, city users che aumentano, servizi che devono adattarsi. E poi la promessa salvifica: oggi abbiamo dati, sensori, piattaforme, capacità di analizzare i flussi. Dunque –si conclude– capiremo meglio e decideremo meglio. Il punto è che questa promessa è vera solo a metà.
Perché l’intelligenza artificiale non è un oracolo: non “vede” il futuro, al massimo generalizza il passato. Funziona davvero in modo adattivo -cioè utile alla città viva– solo se è alimentata da un’infrastruttura che non si limita ad accumulare tracce storiche, ma costruisce un circuito continuo tra realtà e decisione: osserva, aggiorna, verifica, corregge. E questo circuito non è una cosa astratta: ha una geografia, ha costi, richiede competenze, produce asimmetrie.
Se l’infrastruttura che nutre l’AI è concentrata e diseguale, l’AI stessa diventa inevitabilmente “tradizionale”: un grande magazzino di dati del passato, trattato come garanzia di previsione del futuro. È la versione tecnologica dell’urbanistica che scambia le medie per la realtà e i trend per le scelte. Quando invece la città cambia per shock, per fratture sociali, per crisi climatiche, per nuove economie e nuove fragilità, la conoscenza deve essere più “situata”: capace di leggere segnali deboli, differenze locali, effetti inattesi. Non basta potenza di calcolo; serve capillarità di osservazione e qualità delle basi informative. Serve, soprattutto, che quella conoscenza sia accessibile a chi governa i territori, non solo a chi vende servizi.
Qui entra il nodo politico che pensiamo di poter evitare. Se abbiamo criticato l’abbandono della città alle sole logiche di mercato, non possiamo essere meno esigenti proprio adesso, quando si sta costruendo l’infrastruttura più pervasiva e meno visibile: quella che trasforma informazioni in priorità, in graduatorie, in allocazioni, in scelte “ragionevoli” perché sembrano tecniche.
Lasciare al mercato il processo di infrastrutturazione dell’AI significa, molto concretamente, lasciargli decidere dove si accumula capacità: dove si installano reti e sensori, dove si consolidano basi dati affidabili, dove si sperimentano modelli, dove si formano competenze, dove si crea interoperabilità tra sistemi. E sappiamo già quale sarebbe l’esito “naturale”: concentrazione nelle aree più redditizie e nelle filiere più solvibili, mentre altrove resterebbero buchi informativi, dati poveri, amministrazioni senza strumenti e –di conseguenza– una minore capacità di governare trasformazioni complesse. La disuguaglianza, in questo caso, non è solo economica o sociale: diventa disuguaglianza cognitiva.
Influenzare pubblicamente questo processo non significa “statalizzare” la tecnologia. Significa riconoscere che una parte di quell’infrastruttura ha la natura di bene comune: va progettata perché abiliti, non perché selezioni; va costruita per ridurre i divari territoriali, non per registrarli con maggiore precisione. Significa pretendere basi dati pubbliche curate e comparabili (senza le quali l’AI non è più intelligente, è solo più veloce), pretendere regole di interoperabilità che impediscano nuove rendite –questa volta di informazioni– e, soprattutto, costruire capacità distribuita: nelle città medie, nelle aree interne, nelle periferie metropolitane, nei territori che oggi sono “oggetto” di analisi ma raramente “soggetto” della decisione.
In altre parole: non ci serve una città piena di dashboard. Ci serve un Paese in cui l’intelligenza –anche quella artificiale– non sia un monopolio di fatto, ma una capacità diffusa di leggere, scegliere, correggere. Perché una rigenerazione urbana che voglia essere qualcosa di più di una sequenza di progetti deve saper governare anche la propria infrastruttura di conoscenza: la sua distribuzione sul territorio, la sua trasparenza, la sua contendibilità democratica.
Questo passaggio può sembrare laterale rispetto alla rigenerazione urbana e, purtroppo, se si guarda al modo in cui se ne parla abitualmente, non c’è da stupirsi di questo equivoco. In realtà, è la stessa domanda che ci facciamo da tempo: lasciamo che ciò che conta per la vita urbana –casa, servizi, mobilità, welfare– si governi da solo attraverso la “mano invisibile”, oppure costruiamo una cornice civile che orienti le scelte? Oggi tutto questo ha anche un volto digitale. E proprio per questo l’infrastruttura che alimenta l’intelligenza artificiale va pensata come parte della città: con regole, equilibrio e una distribuzione che tenga insieme centro e margini.
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Foto di Logan Voss su Unsplash