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Città post-fossili: perché la transizione energetica urbana non è più rinviabile

Città post-fossili: perché la transizione energetica urbana non è più rinviabile

di Giuseppe Milano
Negli ultimi anni abbiamo imparato che le crisi non arrivano mai da sole. Si sovrappongono, si amplificano, si intrecciano. La crisi climatica accelera mentre la geopolitica si infiamma; i prezzi dell’energia oscillano come non accadeva dagli anni Settanta; le infrastrutture globali mostrano la loro fragilità; le città diventano il luogo in cui tutto questo si manifesta con maggiore evidenza. È in questo scenario che la transizione energetica urbana smette definitivamente di essere un progetto di lungo periodo e diventa un’urgenza politica, economica e sociale.

Le nuove evidenze scientifiche non lasciano margini di ambiguità. Uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters mostra che, con le politiche attuali, quasi tre miliardi di persone saranno esposte entro la fine del secolo a condizioni estreme di caldo e siccità, con una frequenza cinque volte superiore a quella già preoccupante degli ultimi anni. Non si tratta di scenari remoti: sono processi già in corso, che colpiscono soprattutto le aree urbane, dove l’effetto combinato tra isola di calore, densità edilizia, consumo di suolo e vulnerabilità sociale amplifica ogni stress climatico. Parallelamente, i dati satellitari Copernicus rivelano che le città emettono molto più metano di quanto dichiarino, segnalando un problema strutturale di monitoraggio e di governance che riguarda reti del gas, discariche, impianti di trattamento e sistemi di gestione dei rifiuti. La crisi climatica, insomma, non è solo un tema di emissioni: è un tema di conoscenza, di capacità di misurare, di trasparenza dei dati, di responsabilità istituzionale.

A questa dimensione si sovrappone quella geopolitica. L’International Energy Agency ha definito la crisi innescata dalla guerra in Medio Oriente come “il più grave shock petrolifero della storia”. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha ridotto i flussi da oltre venti a meno di quattro milioni di barili al giorno, facendo schizzare il prezzo del greggio fisico verso i 150 dollari al barile e quello dei distillati oltre i 290. L’Europa paga mezzo miliardo di euro al giorno in extracosti per combustibili fossili. È un dato che da solo basterebbe a spiegare perché la dipendenza energetica sia diventata un fattore di vulnerabilità economica e democratica, e perché la transizione non possa più essere letta come un tema ambientale, ma come una questione di sicurezza nazionale.
In questo quadro, le rinnovabili non sono più un settore industriale tra gli altri: sono la nuova infrastruttura strategica del mondo. L’IRENA certifica che nel 2025 sono stati installati 692 GW di nuova capacità rinnovabile, un record assoluto che sta già riducendo la dipendenza dalle importazioni fossili in Paesi come Spagna, Portogallo, Cina, India e Pakistan. Il crollo dei costi del solare, dell’eolico e dello storage ha trasformato radicalmente l’economia dell’energia, rendendo la generazione rinnovabile più conveniente dell’alternativa fossile in oltre l’85% dei nuovi impianti. È un cambiamento strutturale che non riguarda solo la produzione, ma anche la distribuzione, la flessibilità, la gestione della domanda, la digitalizzazione delle reti. La Commissione Europea ha colto con chiarezza questo passaggio. La nuova strategia sull’elettrificazione, che sarà presentata entro l’estate, punta a ridurre la tassazione sull’elettricità, accelerare l’adozione di pompe di calore, veicoli elettrici e smart grid, obbligare gli stati membri a investire nelle reti e definire un obiettivo vincolante di elettrificazione dell’economia. È un cambio di paradigma: l’energia elettrica rinnovabile non è più solo un vettore pulito, ma il pilastro della sicurezza energetica europea. L’energia fossile, al contrario, diventa un rischio sistemico.

Dentro questo scenario globale, le città assumono un ruolo decisivo. Non solo perché concentrano popolazione, consumi, emissioni e vulnerabilità, ma perché rappresentano il livello in cui la transizione energetica diventa concreta: negli edifici, nei quartieri, nei sistemi di mobilità, nelle reti di distribuzione, nei comportamenti quotidiani. La città è il luogo in cui la transizione si fa politica pubblica, infrastruttura, cultura, giustizia sociale. È il luogo in cui si decide se la transizione sarà un processo inclusivo o un nuovo fattore di disuguaglianza.

Il mercato italiano dell’efficienza energetica mostra con chiarezza quanto sia complesso questo passaggio. Dopo il picco drogato dagli incentivi edilizi, il settore si sta normalizzando: i ricavi scendono da sedici a undici miliardi, gli utili crollano, la polarizzazione tra operatori solidi e operatori fragili aumenta. Gli investimenti restano troppo piccoli, troppo frammentati, troppo concentrati su interventi standardizzati. Il costo di abbattimento della CO₂ varia enormemente tra settori, rendendo difficile orientare le politiche pubbliche. Eppure, proprio questa fase di transizione del mercato mostra la direzione da prendere: non interventi isolati, ma mix tecnologici integrati; non incentivi a pioggia, ma strumenti mirati; non soluzioni temporanee, ma strategie di lungo periodo.
In questo contesto, le città devono ripensare radicalmente il proprio modello energetico. La decarbonizzazione non può essere separata dalla demetanizzazione, né l’efficienza energetica può essere affrontata senza integrare rinnovabili, sistemi di accumulo, digitalizzazione e gestione intelligente della domanda. Le pompe di calore e la geotermia a bassa entalpia –oggi resa finalmente più accessibile grazie al decreto del 2 aprile 2026 che semplifica e uniforma le autorizzazioni per le sonde geotermiche a circuito chiuso– diventano strumenti essenziali per ridurre la dipendenza dal gas negli edifici e stabilizzare i consumi termici urbani. Le comunità energetiche rinnovabili, se sostenute da governance solide e da strumenti finanziari adeguati, possono trasformarsi in vere infrastrutture sociali capaci di redistribuire valore, ridurre la povertà energetica e rafforzare la coesione territoriale. Gli accumuli e la flessibilità rappresentano la condizione tecnica per sostenere una città elettrica, mentre l’etica comportamentale –intesa come la capacità collettiva di riconoscere che i nostri stili di vita, le nostre abitudini di consumo e le nostre scelte quotidiane non sono neutre ma rispondono a una precisa traiettoria energetica e materiale– diventa parte integrante della politica urbana. Significa comprendere che ogni gesto, dal modo in cui ci muoviamo alla temperatura che impostiamo in casa, dal cibo che acquistiamo al tempo che dedichiamo agli spostamenti, contribuisce a definire la domanda energetica complessiva della città. E significa accettare che la transizione non è solo un fatto tecnologico, ma un processo culturale che richiede consapevolezza, responsabilità e un nuovo patto tra istituzioni e cittadini, perché nessuna trasformazione profonda può compiersi senza una revisione condivisa dei comportamenti che generano domanda di energia.

La transizione energetica delle città, insomma, non è più un tema settoriale. È un progetto sistemico che tiene insieme giustizia sociale, sostenibilità ambientale, competitività economica, innovazione tecnologica e qualità urbana. È un progetto che richiede visione, capacità amministrativa, strumenti finanziari nuovi, alleanze tra pubblico e privato, partecipazione dei cittadini. È un progetto che non può essere rinviato, perché ogni ritardo aumenta i costi economici, sociali e climatici. Le città sono il luogo in cui si decide il futuro della transizione. Sono il laboratorio in cui si sperimenta la convivenza tra tecnologie, comportamenti, infrastrutture e diritti. Sono il punto in cui la crisi energetica globale incontra la vita quotidiana delle persone. Per questo la transizione energetica urbana non è solo necessaria: è la più grande occasione che abbiamo per ripensare le città come sistemi post-fossili, resilienti, equi, capaci di generare valore e benessere in un mondo che cambia rapidamente.

 

 

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Riferimenti bibliografici
– Cai, D. et al., Geophysical Research Letters, 2025 
– Whiting, E., Kort, E., PNAS, 2023 
– International Energy Agency (IEA), Oil Market Report, 2025-2026 
– International Renewable Energy Agency (IRENA), From Energy Crisis to Energy Security, 2025 
– Commissione Europea, Bozza Strategia sull’Elettrificazione, aprile 2026 
– AGICI, Rapporto sul mercato dell’efficienza energetica in Italia, 2024-2025 
– Decreto MASE 2 aprile 2026 su geotermia a bassa entalpia 
– Rete C40 Cities, documenti e dichiarazioni 2023-2025

 

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Giuseppe Milano è Ingegnere edile, architetto e urbanista, esperto in pianificazione energetica e in comunità energetiche. 


04/05/2026
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