L'editoriale del Presidente Tommaso Dal Bosco
C’è sempre qualcosa di istruttivo nell’ennesimo manifesto sulla rigenerazione urbana. Non perché aggiunga necessariamente un pensiero nuovo, ma perché, quasi sempre, rivela con particolare chiarezza dove si è fermata la cultura dominante. Il recente lavoro promosso da Fondazione Inarcassa e affidato a Westminster è, sotto molti aspetti, un lavoro serio. Va letto, non liquidato. Proprio per questo merita una critica severa. Non perché sia rozzo, ma perché è sofisticato. E quando una cultura egemone si presenta in forma sofisticata diventa ancora più importante interrogarne i presupposti.
Intendiamoci, non c’è niente di male nel fatto che la Fondazione si occupi di migliorare il fatturato dei propri associati. Inoltre, sulla carta, non c’è niente che non sia condivisibile. Si parla di qualità della vita, inclusione sociale, sostenibilità, consumo di suolo, spopolamento dei centri medi e minori, servizi di prossimità. La rigenerazione urbana viene descritta come politica industriale, sociale e ambientale per il futuro del Paese. Ma basta passare dalla premessa al programma per capire dove sta il nocciolo vero dell’operazione: legge quadro nazionale, cabina di regia per i fondi, centralità del progetto, semplificazione del partenariato pubblico-privato, incentivi fiscali e urbanistici stabili, digitalizzazione delle procedure. Il lessico si allarga, ma la grammatica resta la stessa, il sociale compare come cornice di legittimazione; l’urbanistico-edilizio resta il motore reale del discorso. La città continua a essere pensata anzitutto come oggetto di trasformazione materiale. Il problema, anche qui, non è che si costruisca o si trasformi. Il problema è che si continui a credere che la rigenerazione coincida, in ultima istanza, con la rimozione degli ostacoli che rallentano quella trasformazione: norme troppo frammentate, procedure troppo lunghe, capitali privati troppo timorosi, incentivi troppo intermittenti, professionisti troppo schiacciati dalla burocrazia. È una visione coerente, certo. Ma è una visione corta. E, in un Paese come l’Italia, rischia di essere persino dannosa.
Perché in un Paese già profondamente diseguale, semplificare per costruire non significa automaticamente rigenerare. Significa, molto spesso, accelerare là dove il mercato riconosce già un valore e lasciare ancora più indietro i luoghi in cui quel valore non è immediatamente estraibile. Significa rendere più fluide le operazioni nei territori forti e chiamare rigenerazione l’ulteriore divaricazione dei territori deboli. Non è una sottigliezza. È il punto politico decisivo.
Qui sta il limite più profondo di molti manifesti italiani sulla rigenerazione urbana: parlano di città, ma pensano a immobili; evocano la società, ma organizzano strumenti per la trasformazione del costruito; invocano inclusione, ma non si fermano quasi mai a chiedersi come si rigenera davvero un territorio che ha perso capacità produttiva, forza cognitiva, attrattività formativa, qualità dei legami, peso politico.
La prima domanda da rimettere al centro è allora più semplice e più radicale: che cosa stiamo chiamando città? E soprattutto: che cosa stiamo tentando di rigenerare?
Per troppo tempo abbiamo continuato a usare categorie amministrative pigre, come se bastasse evocare le “città medie” per avere già definito il campo. Ma la vita reale non si svolge dentro i confini del Comune. Si svolge dentro aree di gravitazione funzionale fatte di pendolarismo, relazioni produttive, accesso ai servizi, mobilità quotidiana, scuole, centri sanitari, reti sociali, filiere del lavoro. È lì che si produce o si nega la qualità della vita. È lì che si formano o si spezzano le opportunità. Ed è lì che la rigenerazione dovrebbe imparare a guardare.
Ormai questo è un dato acquisito. Lo ha detto l’OCSE ma lo ha ripreso anche Istat. Le analisi più interessanti vanno esattamente in questa direzione. Ci dicono che la periferia non coincide più soltanto con il margine degradato del centro storico, ma con vaste conurbazioni dense e funzionalmente incomplete: “non-città” che hanno massa critica demografica ma non intensità relazionale, che possiedono servizi minimi ma non la città delle opportunità, che offrono prossimità fisica senza generare automaticamente emancipazione sociale. È una definizione molto più utile di tante categorie istituzionali consumate. Perché individua il vero bersaglio della rigenerazione: non solo i vuoti urbani, ma i vuoti civici, cognitivi e funzionali di interi territori.
Se prendiamo sul serio questo spostamento di sguardo, allora anche l’agenda cambia. La rigenerazione non può più essere pensata come una politica urbanistica con qualche aggettivo sociale aggiunto. Deve diventare una politica economica e territoriale. Deve partire dalla ricostruzione delle basi produttive, cognitive e relazionali dei luoghi. Deve chiedersi dove si produce davvero il valore, dove si formano le competenze, dove si radicano le filiere, dove si concentra la capacità di innovazione, dove invece si accumulano dipendenza e subordinazione.
Da questo punto di vista l’Italia continua a essere letta al contrario. Si guarda ai grandi poli come luoghi quasi esclusivi dell’innovazione e si tratta il resto del territorio come retroterra e alle persone come esercito di riserva da spostare dove serve. Ma una parte decisiva della ricchezza italiana continua a nascere nei territori della manifattura diffusa, della piccola e piccolissima impresa, dei distretti, delle piattaforme logistiche, delle campagne ad alta intensità produttiva, delle città-hinterland che non fanno notizia ma tengono in piedi l’economia reale. Il loro problema non è l’assenza di metri cubi. È l’assenza di infrastrutture cognitive proprie.
Qui il discorso sulla rigenerazione dovrebbe finalmente smettere di essere immobiliare e cominciare a farsi territoriale. Il presupposto della trasformazione materiale, infatti, non è tecnico ma economico-sociale. Un territorio si rigenera davvero quando torna a produrre capacità, non quando semplicemente accelera la sostituzione edilizia. Quando trattiene intelligenza, non quando attira solo rendita. Quando connette scuola, impresa, mobilità, servizi e vita quotidiana, non quando facilita soltanto l’intervento sul costruito.
Il Novecento italiano è stato plasmato dal lavoro manifatturiero. Le geografie urbane e territoriali che oggi abitiamo sono figlie di quella storia: capannoni, infrastrutture, sistemi locali del lavoro, dispersione insediativa, corridoi pendolari, paesaggi produttivi. Sarebbe strano non capirlo proprio adesso. Se il lavoro manifatturiero ha modellato il territorio, è il lavoro intellettuale che oggi deve essere ingaggiato nella sua rigenerazione. Non come ornamento, ma come nuova infrastruttura di base. Perché il vero squilibrio contemporaneo non è solo tra centro e periferia, ma tra luoghi che dispongono di capacità cognitiva e luoghi che devono importarla a caro prezzo.
Da qui nasce una seconda correzione di paradigma. Parlare di rigenerazione non significa soltanto ripensare gli spazi. Significa ricomporre ciò che negli ultimi decenni è stato separato artificialmente: impresa e comunità, produzione e welfare, lavoro e abitare, innovazione e territorio. La frattura vera non è fra vecchio e nuovo edificio. È fra chi produce valore in un luogo e chi non ha più gli strumenti per trattenerlo in quel luogo. È fra il corpo sociale e i dispositivi economici che lo attraversano senza più nutrirlo. Su questo piano, la rigenerazione non è un programma edilizio ben fatto. È un’opera di ricucitura civile.
Per questo serve diffidare di una retorica che presenta come soluzione quasi autosufficiente la semplificazione per investire. Non c’è nulla di male, in astratto, nel semplificare. Ma la semplificazione non è mai neutra. In un sistema territoriale squilibrato, semplificare significa spesso aumentare la velocità di chi è già in vantaggio. E allora il risultato non è rigenerativo. È degenerativo. Produce una geografia ancora più polarizzata: pochi luoghi ad alta intensità di capitale, molti luoghi a bassa intensità di futuro.
La vera domanda, allora, non è come rendere più rapida la trasformazione urbana. È come evitare che la trasformazione urbana continui a seguire la geografia delle convenienze immobiliari e finanziarie. Non è come attirare genericamente più investimenti. È come dotare i territori che producono valore di strumenti per non esserne spogliati. Non è come moltiplicare le occasioni di intervento. È come costruire una infrastruttura territoriale della conoscenza, della formazione, della mobilità e dei servizi che renda sensato, desiderabile e produttivo vivere e lavorare fuori dai pochi poli dominanti.
Da questo punto di vista, la nozione di “Luoghi della Vita” che AUDIS ha dato alla propria fotografia territoriale è molto più promettente di tante retoriche sulle città medie. Perché prova a nominare i territori reali della quotidianità e della produzione. E perché ci ricorda che rigenerare non è decorare, non è solo rifunzionalizzare, non è soltanto efficientare. Rigenerare è restituire forma, funzione e destino a pezzi di Paese che il paradigma dominante ha considerato accessori.
Ecco perché manifesti come quello di Inarcassa (ma ve n’è stato un florilegio negli ultimi tempi) vanno presi sul serio ma anche contrastati. Non perché dicano solo cose sbagliate. Al contrario: perché dicono molte cose ragionevoli dentro una cornice sbagliata perché fa apparire come avanzamento ciò che è in realtà un arretramento di paradigma. Fa credere che stiamo parlando del futuro del Paese, mentre stiamo ancora organizzando le condizioni per trasformare più speditamente il suo patrimonio costruito.
Ma l’Italia oggi non ha bisogno soltanto di una migliore politica edilizia ben travestita da rigenerazione urbana. Ha bisogno di una politica territoriale capace di ridurre i divari, ricostruire le condizioni della vita buona, riallineare produzione e sapere, trattenere intelligenza dove oggi si trattiene solo fatica, e riportare il lavoro qualificato dentro i territori che il lavoro manifatturiero ha costruito e che ora, da solo, non riesce più a salvare.
Finché non capiremo questo, continueremo a chiamare rigenerazione ciò che è, più modestamente, manutenzione (sofisticata) del paradigma esistente.
E il paradigma esistente, sotto i nostri occhi, non sta rigenerando il Paese. Lo sta dividendo.
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Foto di Kier in Sight Archives su Unsplash