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Domanda abitativa e politiche pubbliche: il caso di Bologna

Domanda abitativa e politiche pubbliche: il caso di Bologna

Avanzi-Sostenibilità per azioni, per conto del Comune di Bologna, ha condotto una ricerca sulla domanda di casa espressa dalle fasce più fragili della popolazione. Il rapporto, appena pubblicato all’interno dei Quaderni dell’Osservatorio metropolitano sul sistema abitativo, analizza le istanze di accesso a tre misure: il Fondo per il sostegno alle locazioni, il Fondo di contrasto alla morosità incolpevole e l’assegnazione degli alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica.

Tra i molti dati analizzati, ne segnaliamo uno, che ci pare restituisca compiutamente le condizioni di marginalità sociale della domanda attuale di casa pubblica: sul totale delle domande di accesso ad un alloggio ERP nel 2024, il 55% è riferito a famiglie con un ISEE inferiore a 6.000 euro, cui spesso sono associate condizioni quali l’essere nuclei monogenitoriali, trovarsi sotto sfratto, con la presenza di un componente del nucleo con invalidità/handicap. 

Certamente, il caso di Bologna fa emergere questioni non solo locali, richiamando alcuni lineamenti della domanda di casa oggi in Italia e le forme d’azione per il suo trattamento. 
La prima questione riguarda la sostenibilità nel tempo: il patrimonio di edilizia pubblica sempre più accoglie persone in condizioni di povertà estrema, ponendo in seria difficoltà la sostenibilità del sistema. La seconda tocca il profilo di città che si sta producendo: la presenza nei quartieri ERP di acute condizioni di deprivazione genera una geografia della marginalità fortemente concentrata. La terza è relativa agli stessi scopi del welfare abitativo, che risulta sollecitato a rispondere, al contempo, a estesi fabbisogni e a intense domande specifiche. 
La prospettiva che l’analisi sollecita è verso la produzione di offerta abitativa abbordabile per bisogni crescenti, variata nelle sue tipologie, forme di gestione e servizi che può erogare.

Una prospettiva di questo genere dovrebbe avere tre criteri di orientamento:
Il primo è quello della multidimensionalità. L’autonomia abitativa si accompagna a quella economica e occupazionale: a una madre sola con figli serve una casa, ma anche un asilo; per un minore non accompagnato in uscita dalla comunità di accoglienza serve un tetto, ma anche un percorso professionalizzante.
La seconda indicazione è considerare la casa non solo come soluzione a un bisogno, ma come dispositivo per incontrare e sollecitare la agentività delle persone. Pare ragionevole anticipare la risposta abitativa, come primo passo di un percorso di ricostruzione di un piano di vita, secondo una logica del tipo “housing first”. 
La terza indicazione è l’orientamento verso un approccio place-based. Le politiche rivolte all’inclusione non possono essere cieche ai luoghi. Solo assumendo una prospettiva territoriale si possono produrre politiche integrate, trovando forme organizzative che siano in grado di pilotare una politica a base locale lungo il suo sviluppo, dal disegno all’attuazione. Dopo la chiusura della stagione dei Laboratori di accompagnamento sociale dei Contratti di quartiere, ci sembra necessario riprendere quella logica, secondo un indirizzo che riconosca e sostenga il protagonismo delle persone, offrendo trattamento alle loro domande, secondo forme del tipo “Regie sociali di quartiere”.

 

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Foto di Petr Slováček su Unsplash


01/06/2026
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