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Far tornare a contare i luoghi che non contano

Far tornare a contare i luoghi che non contano

L'editoriale del Presidente Tommaso Dal Bosco
In oltre sei anni di questi editoriali ho quasi sempre evitato di commentare direttamente vicende elettorali. Questa volta, però, sento di non poterne fare a meno. Quello che è successo in Sassonia-Anhalt e il dibattito che da qualche giorno invade il nostro circuito mediatico riguardano molto più della politica tedesca. Parlano di territori, di disuguaglianze, di fiducia nelle istituzioni, proprio delle questioni di cui ci occupiamo da anni.
Il dato che più mi colpisce non è neppure il 43,8 per cento ottenuto dall’AfD, ma il balzo della partecipazione, salita al 77,8 per cento. Il fatto che, proprio in questa tornata, una quota così ampia dell’elettorato sia tornata alle urne merita forse altrettanta attenzione del risultato stesso. Significa quantomeno che questa volta molti hanno ritenuto che votare potesse servire a qualcosa. Non occorre condividere quella scelta per interrogarsi sul significato politico di questo ritorno.
Da anni sappiamo che esiste una geografia del malessere. Andrés Rodríguez-Pose l’aveva descritta con grande efficacia parlando della «vendetta dei luoghi che non contano». Luoghi nei quali il declino economico, la riduzione delle opportunità e la percezione di non avere futuro alimentano un crescente rifiuto dello status quo. Rodríguez-Pose non si fermava alla diagnosi: indicava politiche capaci di partire dalle specificità e dalle potenzialità dei luoghi invece di limitarsi a compensarne il declino. Ma quella indicazione sembra essersi trasformata molto più facilmente in lessico che in dispositivi operativi.

Il problema è che saper descrivere il fenomeno non equivale a sapere che cosa fare. Dopo anni passati a studiare la vendetta dei luoghi che non contano, forse è arrivato il momento di occuparci meno della vendetta e molto di più dei luoghi. Non mi interessa che un politico abbia letto Rodríguez-Pose e sappia ripetermi la litania delle periferie dimenticate e dei territori lasciati indietro. Mi interessa sapere quali politiche intenda mettere in campo perché quei territori producano opportunità, conoscenza, relazioni e capacità di decisione.
C’è un momento nel quale anche la migliore diagnosi rischia di diventare un alibi. La sofisticazione dell’analisi può trasformarsi nella forma più elegante dell’impotenza. Si spiegano benissimo le ragioni della rivolta, si riconoscono gli errori. Ma se non si costruiscono politiche capaci di invertire quella traiettoria, il ceto dirigente rischia di limitarsi a commentare processi che non riesce più a governare e, quasi senza accorgersene, a difendere soprattutto sé stesso dalla tempesta che annuncia.

Sarebbe naturalmente semplicistico sostenere che l’abbandono territoriale produca automaticamente un certo voto, o che basti rigenerare questi territori per cancellare il populismo. Ma una democrazia diventa più fragile quando una quota crescente dei suoi cittadini smette di percepire il luogo in cui vive come parte del futuro. Quando quel territorio appare incapace di trattenere giovani, generare lavoro qualificato, accedere alla conoscenza e incidere sulle decisioni, la distanza dalle istituzioni diventa politica.

Forse, allora, la risposta alla vendetta dei luoghi che non contano non può essere convincerli ad accettare di contare meno. Deve consistere, piuttosto, nel costruire le condizioni perché tornino a contare.
È qui che la riflessione sulla rigenerazione delle città acquista, almeno per noi, un significato più ampio. Se continuiamo a pensarla come trasformazione del costruito o valorizzazione immobiliare, non sbagliamo soltanto bersaglio: rafforziamo il divario. Perché quel modello si attiva dove il mercato vede già valore e opportunità, e tende invece a escludere proprio i territori meno attrattivi, quelli nei quali la rigenerazione sarebbe più necessaria. La vera periferia contemporanea non coincide con il margine fisico della città. Sta soprattutto nelle grandi aree urbane funzionali, nei territori densi che gravitano attorno ai poli maggiori senza possederne le opportunità, nei sistemi di Comuni nei quali si abita, si lavora e si produce, ma nei quali si è rarefatta la capacità di decidere, apprendere e cooperare.

Da alcuni anni AUDIS prova a lavorare proprio su questo scarto. La ricerca sulle periferie cognitive e sui «luoghi della vita» nasce dall’idea che non basti assistere i territori deboli, né compensarli per ciò che hanno perduto. Occorre ricostruirne una capacità endogena, riconoscendo i sistemi territoriali reali oltre i confini amministrativi e dotandoli di soggetti di luogo capaci di tenere insieme Comuni, imprese, università, terzo settore e comunità. La ricerca ha già individuato 112 di questi sistemi nelle periferie di 17 grandi aree urbane funzionali, che comprendono 1.425 Comuni e circa 15 milioni di abitanti.
È qui che l’intelligenza artificiale può diventare qualcosa di più di un nuovo investimento da localizzare nei territori. Come la trasformazione immobiliare, anche le infrastrutture digitali possono essere realizzate in forma estrattiva, concentrando altrove dati, capacità di calcolo, competenze e valore. La differenza non la fa la tecnologia in sé, ma la governance che ne decide l’uso e la distribuzione dei benefici. È quando questa governance assume caratteri civici, mantiene nei territori dati e capacità, coinvolge i soggetti locali nell’indirizzo dei processi e trattiene sul posto una parte del valore prodotto che l’AI mostra una potenzialità particolare: distribuire conoscenza, capacità di elaborazione e servizi avanzati anche dove le logiche tradizionali di investimento non troverebbero sufficiente interesse. Un’AI civica, distribuita e federata, capace di abitare scuole, imprese, municipi e servizi, può così diventare una nuova infrastruttura di prossimità attraverso la quale le comunità tornano a produrre conoscenza e capacità collettiva.

Non è una ricetta salvifica. È il tentativo di spostare il discorso dalla diagnosi al progetto. Di non limitarsi a chiedere perché certi territori si ribellino, ma di sperimentare che cosa occorra perché tornino a percepirsi come luoghi nei quali vale la pena vivere, investire, lavorare, formarsi, costruire futuro.
Se c’è dunque una lezione che possiamo trarre dalla Sassonia-Anhalt, senza ridurre un voto complesso a una spiegazione unica, è forse questa. La democrazia non si difende soltanto opponendosi alle sue derive, né limitandosi a spiegare ai cittadini perché le loro scelte sarebbero sbagliate. Si difende anche ricostruendo le condizioni materiali, cognitive e civiche perché milioni di persone abbiano nuovamente una ragione per credere che il luogo in cui vivono conti qualcosa.
Ed è esattamente questo che dovrebbe significare, oggi, rigenerare le città.

 

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Foto di James Jeremy Beckers su Unsplash


10/09/2026
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