L'editoriale del Presidente Tommaso Dal Bosco
Abbiamo imparato a parlare di poli. Molto meno a costruire le reti che li fanno funzionare. Oggi lo sviluppo non dipende solo da strade e metri quadri, ma da dati affidabili, istituzioni capaci, tempi certi e alleanze stabili tra pubblico, imprese e comunità. Senza queste reti immateriali, la multipolarità è solo una mappa. Con queste reti, diventa una strategia.
C’è un’Italia che le mappe amministrative non riescono più a raccontare, figuriamoci a governare… distretti produttivi diffusi, vallate, cinture metropolitane, città medie. Per anni abbiamo provato a governare questa complessità oscillando tra centralismi lontani e frammentazioni locali spesso impotenti. Oggi i confini spiegano sempre meno; i flussi –di lavoro, servizi, mobilità, relazioni– spiegano sempre di più.
Qui, per AUDIS, sta cambiando il baricentro. Non perché la trasformazione fisica della città sia irrilevante, ma perché non basta più. La rigenerazione urbana –se vuole essere equa e sostenibile– è anche politica economica e civile: misura la capacità di una città di attivare le sue funzioni vitali (lavoro, cura, istruzione, mobilità, commercio, cultura). Quando queste funzioni si inceppano, il primo segnale lo vediamo “in basso”, nei piani terra che si spengono: non è solo perdita di valore; è perdita di presidio, relazioni, fiducia.
Per affrontarlo serve un cambio di prospettiva: passare dai progetti isolati ai sistemi, dalle opere alle infrastrutture vive. È qui che entra la parola rete, ma non nel senso retorico: rete significa capacità di coordinare: conoscere, decidere, apprendere, redistribuire.
In queste settimane mi ha colpito un’immagine proposta da Dario Amodei: l’idea che stiamo attraversando una “adolescenza tecnologica”, una fase in cui la potenza delle tecnologie cresce più rapidamente della maturità delle istituzioni e delle culture che dovrebbero governarla. Il punto non è essere “pro” o “contro” la tecnologia: è capire se abbiamo la struttura civile per usarla senza amplificare rischi, disuguaglianze e conflitti.
Portata sul terreno urbano-territoriale, la domanda diventa concreta: la transizione digitale sarà un acceleratore di polarizzazione –pochi poli forti e molte periferie “connesse” solo a parole– oppure una leva per riequilibrare opportunità, servizi e capacità di scelta?
Una pista di risposta sta nel concetto di territorio multipolare. Non è un territorio “sparso”: è un sistema di poli diversi –città, quartieri, aree produttive, aree interne– che possono reggersi a vicenda se sono messi in condizione di farlo. La multipolarità, però, non si regge sugli slogan: si regge sulle reti immateriali.
Che cosa sono, in concreto, queste reti immateriali? Sono le infrastrutture che non si fotografano, ma decidono la qualità della vita: dati condivisi e affidabili, competenze diffuse, capacità amministrativa, regole semplici e stabili, sedi dove pubblico, terzo settore e imprese possono co-programmare senza recitare. Nei nostri materiali abbiamo proposto una scala intermedia –l’“Ambito di Sostenibilità”– costruita a partire dai flussi reali e dalla vita quotidiana: abbastanza grande per governare fenomeni complessi e abbastanza vicina per rendere praticabile la prossimità.
Questo sguardo non è “tecnico”: è profondamente politico. Perché, quando mancano reti immateriali, i territori restano soli di fronte alle trasformazioni che li attraversano –investimenti, piattaforme, rendite– e la negoziazione si riduce a due estremi: o si subisce, o si blocca. Quando invece esistono reti immateriali, le comunità possono diventare co-produttrici dello sviluppo: definire condizioni, redistribuire benefici, orientare gli investimenti verso funzioni utili, ridurre il divario tra centro e margini.
Qui entra un punto che ci sta a cuore: un modello europeo del digitale. In un continente policentrico, l’innovazione non può essere pensata come concentrazione di potenza e decisione in pochi luoghi. Deve diventare infrastruttura civile: capacità diffusa di leggere e governare la complessità, mettere in comune conoscenza tra territori, rendere accessibili servizi e opportunità anche fuori dai poli più forti.
C’è infine un secondo spunto che voglio esplicitare e che, non a caso, segnaliamo in questo stesso numero della newsletter suggerendone la lettura: l’articolo di Paolo Venturi “Un’Europa da abitare”. Venturi ricorda che le grandi tensioni geopolitiche si misurano nei territori, nelle città, nelle periferie e nei piccoli comuni; e propone un “Piano B” che riparta dall’abitare e dall’economia sociale come infrastruttura democratica, capace di generare valore condiviso e tenuta civica.
È esattamente qui che AUDIS vuole collocarsi. Non come club di tecniche di riqualificazione, ma come laboratorio di un modello di sviluppo urbano-territoriale che riconosce una verità semplice: le città non competono solo con le skyline, competono con la loro capacità di rendersi abitabili, di abilitare tutti i loro cittadini ad esercitare i propri diritti fondamentali, desiderabili. E questo dipende dalle reti immateriali quanto –e spesso più– di quelle materiali.
Questo editoriale apre un percorso. Nei prossimi numeri proveremo a rendere più concreti alcuni passaggi: quali sono i nuovi poli della vita quotidiana; come misurare l’accesso alle funzioni vitali; come costruire alleanze istituzionali che non siano episodiche. Ma una cosa possiamo dirla già oggi: la rigenerazione del futuro non si giocherà solo nei cantieri. Si giocherà nella qualità delle reti –immateriali e materiali– che tengono insieme territori, opportunità e vita quotidiana.
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Foto di Alina Grubnyak su Unsplash