L'editoriale del Presidente Tommaso Dal Bosco
Non avrei voluto scrivere di Roma REgeneration. Non solo perché AUDIS ha partecipato, dentro uno dei raggruppamenti ammessi al concorso, ma anche perché una voce critica è già apparsa, e merita di essere letta: quella di Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico su Generazione Magazine, che ha denunciato con nettezza l’impianto estrattivo dell’operazione. È una critica severa, in parte condivisibile nei suoi fondamenti. Ma proprio per questo, forse, vale la pena provare a spostare il ragionamento un passo più avanti.
Il 19 maggio, all’Auditorium della Tecnica, la Fondazione Roma REgeneration ha celebrato con indubbio successo politico e mediatico l’esito del concorso internazionale “Una Visione per Roma”, dopo un percorso articolato in open call, competition finale tra sei team e premiazione pubblica al 2° Forum. La cornice è stata curata, partecipata, spettacolarizzata quanto basta per restituire l’immagine di una grande operazione di visione urbana. Ed è proprio questo, forse, il punto da interrogare.
Non c’è nulla di sorprendente nel fatto che i gruppi finalisti abbiano prodotto lavori di alta qualità. I professionisti coinvolti erano, senza eccezione, di grande levatura. Sarebbe stato ben difficile, per qualunque giuria, scegliere non tanto tra proposte deboli e proposte forti, ma tra diverse variazioni di uno stesso vocabolario colto e ormai largamente condiviso: prossimità, densità, metabolismo urbano, città dei quindici minuti, corridoi verdi, ciclabilità, connessioni orbitali, conoscenza, partecipazione, superamento del top down.
Tutto giusto. Tutto già sentito. Tutto ormai perfettamente integrato nella retorica urbanistica dominante.
Il problema non è che quelle parole siano false. Il problema è che, quasi sempre, restano senza un “come”. Come si realizzano le città bellissime che questi progetti disegnano? Quali istituzioni le governano? Quali rapporti nuovi si immaginano tra amministrazione pubblica, finanza immobiliare e interesse collettivo? Quali dispositivi impediscono che la qualità urbana evocata si traduca, ancora una volta, in valorizzazione selettiva di alcune enclave e in nuova espulsione centrifuga di residenti e funzioni ordinarie? Su questo, francamente, si è detto pochissimo.
Ed è una lacuna tutt’altro che secondaria, vista la natura stessa dei promotori e della cornice economica dell’iniziativa. La comunicazione ufficiale del Forum insiste apertamente su attrattività, trasformazione e valore aggiunto immobiliare; e non per caso, accanto alla celebrazione delle visioni, compaiono stime di valorizzazione impressionanti, fino a 21 miliardi di euro entro il 2030 e oltre 57 miliardi entro il 2050. È qui che il lessico della rigenerazione mostra la propria ambiguità: quando non chiarisce i meccanismi di governo, rischia di diventare il linguaggio più elegante del marketing immobiliare.
Per questo non basta denunciare, come fa l’articolo citato, l’architettura di garanzia del processo. Quella denuncia è utile, ma non esaurisce il problema. La vera questione è che continuiamo a chiamare rigenerazione urbana un insieme di visioni che descrivono con grande raffinatezza il risultato desiderabile, ma quasi mai le condizioni materiali, cognitive, istituzionali e finanziarie che potrebbero renderlo possibile senza riprodurre le patologie che diciamo di voler curare. È questo il punto che dovrebbe interessarci.
Da tempo AUDIS prova a sostenere una tesi diversa: la rigenerazione non può essere pensata anzitutto come trasformazione fisica dello spazio. Deve essere, prima di tutto, politica, economica e territoriale. Deve partire dall’individuazione dei territori reali della vita quotidiana e della produzione, che raramente coincidono con i confini amministrativi dei comuni, delle città metropolitane o delle province e molto più spesso assomigliano alle aree urbane funzionali (nelle definizioni di EUROSTAT e OCSE) a quelle “non-città” dense ma incompiute dove si concentrano insieme fragilità sociali, manifattura diffusa, domanda di servizi e scarsità di opportunità.
È lì che si gioca oggi la partita vera della rigenerazione.
In questa prospettiva, il bersaglio non sono soltanto i vuoti urbani o i contenitori dismessi. Sono i vuoti civici, cognitivi e funzionali di territori che continuano a produrre valore senza riuscire a trattenerlo. Il loro problema non è la mancanza di rendering. È la mancanza di infrastrutture cognitive proprie, di luoghi in cui impresa, formazione, tecnologia, welfare e governo locale possano tornare a parlarsi. Per questo la rigenerazione, se vuole essere tale, deve cominciare dal recupero delle identità produttive delle periferie e dalla costruzione di strumenti capaci di rimettere in circolo conoscenza, cooperazione e capacità di decisione. Solo dopo vengono l’urbanistica, il paesaggio, il mercato immobiliare.
Durante il Forum ho sentito evocare la conoscenza come bene comune. È una formula bella. Ma oggi la conoscenza che orienta le scelte, organizza i servizi, seleziona le opportunità e governa i flussi è sempre più incorporata nei sistemi di intelligenza artificiale. E sappiamo bene che, allo stato attuale, l’AI è quasi tutto tranne che un bene comune. Se non si affronta questo nodo, anche il richiamo alla conoscenza rischia di restare ornamentale. La vera sfida è costruire forme territoriali di intelligenza condivisa, ancorate a fondazioni di comunità, reti civiche, sistemi produttivi e istituzioni locali, capaci di trattare la tecnologia non come vettore di estrazione ma come infrastruttura di ricomposizione tra chi produce, chi lavora e chi abita.
Il punto, allora, non è negare il valore del concorso né liquidare con sufficienza i lavori premiati. È riconoscere che Roma REgeneration ha mostrato molto bene quanto siamo diventati bravi a descrivere la città desiderabile. Molto meno, però, come si costruiscono le condizioni perché quella città non resti appannaggio di pochi, non diventi una nuova macchina di rendita e non si rovesci, ancora una volta, contro le periferie da cui pure dipende il futuro del Paese.
Se la rigenerazione resta una sofisticata promessa di valorizzazione, non rigenera: seleziona. Se invece ricomincia dal lavoro, dalla conoscenza, dalla capacità dei territori di trattenere valore e di governare le proprie trasformazioni, allora può diventare finalmente qualcosa di più di una bella immagine. Può diventare una politica.
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Foto di Spencer Davis su Unsplash