L'editoriale del Presidente Tommaso Dal Bosco
Parafrasando il titolo del pamphlet di Franco La Cecla di giusto 10 anni fa, Contro l’urbanistica, potremmo dire che è arrivato il momento di provare a pensare contro la rigenerazione urbana, almeno per come l’abbiamo conosciuta fin qui.
Non per amore della provocazione, né perché tutto ciò che è stato fatto sotto quel nome sia da buttare. Ma perché quella espressione continua a trascinarci dentro un equivoco che non riusciamo più a governare. E allora forse non basta dire, ancora una volta, che la rigenerazione urbana è stata tradita. Bisogna dire qualcosa di più netto: che questa espressione non ci serve più, perché è diventata fuorviante.
Non perché sia falsa in assoluto. Ma perché continua a portarci, ogni volta, dentro lo stesso dispositivo. Ci obbliga a pensare che il motore del cambiamento debba essere, comunque, la trasformazione del costruito. E che il problema consista semmai nell’accompagnarlo: più sociale, più inclusione, più partecipazione, più impatto, più cautela verso la rendita. Ma sempre lì restiamo: dentro un paradigma in cui il processo si regge sulla valorizzazione immobiliare e tutto il resto arriva dopo, al massimo per limitarne gli effetti distorsivi.
È questo il punto su cui, nelle ultime settimane, ho visto confrontarsi anche posizioni molto diverse anche se meno lontane di quanto sembrasse (ne abbiamo dato conto qui). Da un lato, chi considera ogni collaborazione con il capitale immobiliare un imperdonabile cedimento alla speculazione. Dall’altro, chi pensa che si debba stare dentro quei processi per inocularvi dall’interno una dose omeopatica di sociale che altrimenti ne resterebbe esclusa. Ma entrambe le posizioni, nel loro manicheismo, mi sembrano insufficienti. Le prime perché non fanno davvero i conti con la scarsità delle risorse pubbliche e con le distorsioni mai risolte che la loro gestione verticale produce. Le seconde perché finiscono per concepire il sociale come una funzione riparativa, una riduzione del danno, e non come il presupposto stesso della rigenerazione.
Il punto vero, allora, non è scegliere tra purezza e compromesso. È capire quale dispositivo economico e finanziario possa reggere una visione della città che non parta dalla rendita immobiliare, ma dalla ricostruzione del suo capitale cognitivo, civico e cooperativo.
Ed è qui che, forse, emerge l’elemento davvero nuovo.
Per anni abbiamo parlato della dimensione immateriale della città come di qualcosa di decisivo ma sfuggente: relazioni, apprendimento, cooperazione, identità, capacità di decisione, sapere diffuso. Tutto vero. Ma anche troppo esposto all’obiezione di essere impalpabile, inafferrabile, non finanziabile, non governabile. Oggi non è più così. L’intelligenza artificiale e le sue infrastrutture di supporto ci mettono davanti a un fatto radicalmente nuovo: il capitale cognitivo può diventare oggetto di investimento, di organizzazione, di governance territoriale. Può essere alimentato, custodito, addestrato e redistribuito. Può cioè smettere di essere una premessa morale e diventare una infrastruttura.
Questo non significa affatto disinteressarsi della città fisica. Significa, al contrario, rimetterla al posto giusto. La trasformazione materiale resta importante, talvolta necessaria. Ma non può più essere considerata il motore originario del processo. Perché quando quel motore coincide con la rendita, gli effetti distorsivi prima o poi si presentano: espulsione, polarizzazione, concentrazione del valore, indebolimento dei territori che dovrebbero essere rigenerati. In questo senso, non poche operazioni che continuiamo a chiamare rigenerative si rivelano, alla prova dei fatti, degenerative.
Forse il primo passo, allora, è proprio lessicale ma non solo lessicale: smettere di parlare di rigenerazione urbana e ricominciare a parlare di rigenerazione delle città, o meglio ancora delle comunità territoriali che si sono storicamente fatte città. Perché il cuore del problema non è l’urbs in sé, ma la civitas svuotata del suo telos: della sua capacità di apprendere, cooperare, produrre valore e trattenerlo, generare forme di vita comune.
Se questo è vero, il compito non è semplicemente opporre il pubblico al privato, né limitarsi a domare il capitale immobiliare con qualche vincolo correttivo. Il punto è che un modello economico-finanziario alternativo esiste già, almeno nelle sue linee essenziali. Non si fonda sulla cattura della rendita, ma sulla capacità di queste infrastrutture di reggersi sui propri opex, cioè sui costi operativi coperti dall’uso stesso dell’infrastruttura. In concreto: dai margini che l’efficientamento dei processi territoriali può liberare nella manifattura e nei servizi, pubblici e privati — istruzione, sanità, assistenza, mobilità, formazione, reclutamento, produttività. Non si finanzia aspettando a valle la valorizzazione immobiliare, ma facendo leva sul valore che l’infrastruttura cognitiva produce da subito mentre viene utilizzata.
Fondazioni di comunità, trust di scopo, nodi computazionali locali, infrastrutture di AI civica: non gadget tecnologici o appendici filantropiche, ma la nuova ossatura economico-istituzionale di un processo davvero rigenerativo. È così che questi territori possono smettere di essere esercito di riserva di un modello di sviluppo pensato altrove e tornare a produrre valore a partire da ciò che storicamente li distingue: particolarità territoriali, specializzazioni locali, unicità irripetibili. Perché il tratto più originale del nostro Paese non è mai stato l'omologazione, ma la capacità di trasformare le differenze in forza produttiva, civile e culturale.
Da qui bisogna ripartire. Non da una nuova predica sulla rigenerazione urbana, ma dalla presa d’atto che quel linguaggio ha esaurito la sua spinta. E che oggi, se vogliamo davvero uscire dal cul de sac in cui ci siamo infilati, dobbiamo avere il coraggio non solo di nominare un altro oggetto e un altro motore della trasformazione, ma anche di prendere atto che il dispositivo per sostenerli esiste già. Non va inventato da zero: va messo alla prova, sperimentato, tarato sulle specificità dei territori e alimentato da politiche capaci di promuoverlo e sostenerlo.
Se dunque è arrivato il momento di pensare contro la rigenerazione urbana, non è per gusto della provocazione. È perché solo prendendo congedo da quel lessico e dai suoi automatismi possiamo misurarci finalmente con ciò che può venirle dopo.